E’ rinchiuso nel carcere di Sollicciano, dove è stato trasferito per motivi di sicurezza, Ahmed Zeroual, il marocchino di 22 anni che domenica 16 agosto è stato ferito da un colpo di pistola esploso da un agente della penitenziaria che ora è indagato per tentato omicidio. Colpo di tre esplosi mentre il giovane, in stato di arresto, stava tentando di evadere dal pronto soccorso dell’ospedale di Prato dove si trovava per le cure di una lesione riportata durante la fuga dagli agenti che, poco prima, lo avevano scoperto a lanciare palline da tennis piene di droga (600 grammi di hashish) oltre la recinzione del carcere. Il giovane, scarcerato da poche settimane e, come specificato dalla procura, destinato a una struttura di Modena in attesa di rimpatrio, è dunque coinvolto in due procedimenti: quello per aver organizzato l’ingresso di sostanza stupefacente alla Dogaia, e quello, nel quale figura in doppia veste di imputato e parte lesa, relativo ai fatti avvenuti al pronto soccorso. Due procedimenti diversi ma strettamente collegati.
Per Ahmed Zeroual, come per gli altri arrestati – i due che lo aspettavano in auto e il detenuto a cui era destinata la droga – c’è stata l’udienza di convalida dell’arresto. Stessa accusa per tutti: detenzione di stupefacente e, per il solo Zeroual, l’ingresso della sostanza nel carcere. Il marocchino, difeso dagli avvocati Ivan Esposito e Andrea Parlanti, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Il giudice delle indagini preliminari, Iacopo Santinelli, ha disposto la custodia cautelare in carcere. Stesso provvedimento per il detenuto, georgiano di 24 anni (avvocato Andrea Borghini), che, sotto gli occhi delle telecamere di sorveglianza, ha recuperato, durante l’ora d’aria, due plichi contenenti hashish. Misure più lievi per gli ‘accompagnatori’ di Zeroual: un albanese di 21 anni, incensurato, sottoposto all’obbligo di firma (avvocato Katia Dottore Giachino), e un suo connazionale di 23, messo ai domiciliari (avvocato Barbare Melone). Quest’ultimo è una vecchia conoscenza delle forze dell’ordine: è, infatti, il nipote di Vladimir Lleshi, il pregiudicato di 37 anni ucciso con un colpo di cacciavite l’8 maggio 2025 ai giardini di via Corridoni, al culmine di un regolamento di conti. Nell’ambito di quella vicenda, il 23enne, indagato per rissa aggravata, era attualmente sottoposto all’obbligo di firma.
La procura aveva chiesto il carcere per tutti ad eccezione del ventunenne in ragione della sua fedina penale pulita.
Il procuratore, Luca Tescaroli, lavora su un doppio binario: la ricostruzione dei fatti successi al pronto soccorso e la ricostruzione di quanto avvenuto all’esterno del carcere. Fatti che, alla fine sono diventati un tutt’uno anche se tecnicamente restano distinti.
Mentre si è detto molto dei momenti che hanno preceduto i tre colpi di pistola e della dinamica degli spari (la procura ha diffuso il video restituito dalle telecamere installate al pronto soccorso), poco si è detto di quello che nel primissimo pomeriggio di domenica è andato in scena nei pressi del carcere. Il marocchino è arrivato vicino alla Dogaia a bordo di un’auto, insieme ai due albanesi. Le telecamere di sorveglianza della casa circondariale lo hanno inquadrato mentre lanciava palline da tennis cercando – e in qualche caso riuscendoci – di depositarle nell’area passeggio dove i detenuti trascorrono l’ora d’aria. Immediato l’intervento degli agenti. Il 22enne si è dato alla fuga, incurante dei colpi di pistola esplosi in aria da uno degli inseguitori. I due albanesi non hanno potuto far nulla per recuperare l’amico perché la polizia penitenziaria è arrivata anche a loro. Il marocchino le ha provate tutte per sottrarsi alla cattura, ha anche cercato di saltare un fosso ma è finito nel torrente Bardena procurandosi una ferita che lo ha costretto ad arrendersi. Nello zaino che aveva con sé sono stati trovati altri plichi contenenti telefonini, Una volta catturato e arrestato, il marocchino è stato portato al pronto soccorso, diventato teatro della seconda puntata delle violente intemperanze: nonostante le manette ai polsi, il giovane ha danneggiato alcune apparecchiature sanitarie, è riuscito ad azionare un estintore scaricando il contenuto e così facendo riducendo la visibilità, ha aggredito un agente a cui ha fratturato una mano, poi si è scagliato contro i sanitari in servizio e alla fine si è diretto verso la camera calda, cioè lo spazio antistante il pronto soccorso nel quale arrivano le ambulanze, e qui ha cominciato a fare avanti e indietro cercando una via di fuga fino all’ultimo dei tre colpi di pistola esplosi da uno degli agenti. Il proiettile gli ha trapassato la gamba, obbligandolo ad accasciarsi.
Ma, come detto, i fatti del pronto soccorso appartengono, anche se solo tecnicamente, ad un altro capitolo giudiziario.
(nadia tarantino)
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