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L’esplosiva miscela composta dalla politica e dalla religione spesso ha provocato disastri a spese di popoli inermi o succubi dei loro governi, la cui perniciosità la leggiamo tutti i giorni nelle cronache internazionali. Anche Prato ha pagato un altissimo contributo di sangue e crudeltà, quando il 29 agosto 1512 l’esercito spagnolo composto da soldataglie e avanzi di galera, guidato dal Vicerè e accompagnato dal Cardinale Giovanni di Lorenzo de’ Medici fece irruzione nella nostra città uccidendo, rubando, violentando e prendendo in ostaggio tutte quelle persone dalle quali l’orda sanguinaria riteneva di trarne profitto attraverso il pagamento di un riscatto, arrivando persino a rubare le padelle nelle case.
Pensavamo di trovare qualcosa di nuovo leggendo il saggio del professor Stumpo pubblicato nella Storia di Prato curata dal Comune; purtroppo quanto scrive l’esperto ci delude e ci allarma facendoci fare un parallelo coi giorni nostri: è possibile che una strage risalente a cinque secoli fa sia ancora avvolta, almeno parzialmente, nel mistero? Ecco le affermazioni del docente: “Anche se si è scritto molto su tale tragico avvenimento, non è stata fatta in realtà molta chiarezza. Il numero dei morti figura in vari autori di gran lunga eccessivo, stimato a volte in alcune migliaia, mentre è certo che non furono superiori ad alcune centinaia. Ciò perchè si è confuso il numero dei morti con quello dei soldati presenti in Prato. Questi ultimi tuttavia, al momento dell’ultimo assalto, riuscirono quasi tutti a defilarsi e fuggire verso Firenze.”
La cronaca. Nell’ora del “brucello”, come dicono i pratesi, l’orda famelica aprì una breccia alla Porta al Serraglio, vicino al bastione del Magheri semidistrutto nel 1845 per far contento il cavalier Gaetano Magnolfi, e invase la città dove in quel punto venne collocata una lapide.
L’orrore fu indescrivibile, anche perchè le belve erano affamate e assetate visto che i contadini fuggendo avevano avvelenato i pozzi e portato via tutto quanto potevano. Arrivarono al punto di uccidere un panciuto frate per poi cuocerlo in un pentolone, sollecitati dalla loro credenza musulmana. Le violenze non si contarono mentre Giovanni de’ Medici fino ad allora Proposto della chiesa e pastore delle anime pratesi, poi divenuto Papa Leone X, assisteva alla strage pensando che Firenze si sarebbe piegata dopo quel tragico esempio consentendo il ritorno al potere della potente famiglia fiorentina. E così avvenne.
In ricordo degl’innocenti barbaramente uccisi e dei quali non ci interessa il numero in centinaia o migliaia, vogliamo ricordare un atto di generosità, di un gruppo di pistoiesi guidati da un grande spadaccino, Franco Gori, le cui gesta sono narrate in un antico codice manoscritto da un certo Trinci e dedicato a Filippo Strozzi. Ecco una sintesi di allora relativa al Sacco di Prato che riportiamo in forma integrale: «Le genti della Lega pervengono a Prato, con animo di mettervisi a oste. Risaputolo i fiorentini , avresti subito veduto farsi in ogni lato apparecchiamenti guerreschi, levar nuova gente, raccogliere quelle milizie che avevano battezzato col nome di soldati; perocchè tolte dai campi e da’ borghi vicini e messe, già qualche anno innanzi, al soldo, avevano aria d’esser piuttosto una mano di villani. De’ quali gli Spagnoli faceansi beffe, e ardevano di menar le mani con loro, tenendosi certi che gli avrebbono macellati come pecore. Veramente era un dire di tutti, che costoro andavano a farsi ammazzare e non a combattere. In pochi giorni furono raccolti in città un diecimila di questi veterani. Inoltre vennero dal contado di Pistoia secento uomini d’arme forti, valenti, e a guerra lungamente usati, e mille da Pisa di provato valore. Tra questi fu Franco Gori pistoiese, capo di parte Panciatica e uomo che in grandezza di persona e di valore i nostri tempi non video forse l’uguale. Gli Spagnoli in tanto numero lo circondarono, e con tal’impeto gli si serrarono addosso che lo ebbero nelle mani; e mentre era condotto prigioniero, o fosse a ludibrio o fosse a vendetta di parte, fu improvvisamente percosso d’un pugnale alle spalle e cadde morto. Molti Bolognesi fattisi intorno al cadavere, lo straziarono miseramente».
Alessandro Assirelli
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