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Documento diocesi su sfruttamento, Banchelli e Targetti critici: “Arriva in ritardo e non individua i veri responsabili della situazione”


Non è piaciuto ai due candidati sindaco alle recenti elezioni amministrative il testo redatto dalla Pastorale Sociale e del Lavoro: "Sbagliato colpevolizzare l'intera città e non chi l'ha amministrata in questi anni". Franchi (Cisl): “La sfida non è soltanto reprimere l’illegalità, ma costruire una coscienza civile”. Il commento di industriali e artigiani


Claudio Vannacci


Un documento che arriva fuori tempo massimo. E’ questo il giudizio che due candidati sindaco sconfitti alle recenti elezioni, Gianluca Banchelli e Jonathan Targetti, danno all’indomani della presentazione di “Prato: Oltre il Distretto Parallelo”, il testo messo a punto dalla Pastorale Sociale e del Lavoro della Diocesi di Prato e che affronta i temi dello sfruttamento lavorativo e dell’illegalità economica. Entrambi concordano poi anche sul tema della responsabilità, a loro dire da imputare essenzialmente a chi ha guidato la città nell’ultimo decennio. Positivo invece il giudizio che arriva dal mondo sindacale e da quello imprenditoriale.
LA POLITICA “Ho letto con attenzione il documento – dice Gianluca Banchelli, candidato sindaco del centrodestra alle scorse elezioni comunali -: un testo che affronta temi veri, importanti, che riguardano il lavoro, la legalità, lo sfruttamento, l’integrazione e il futuro della nostra città. Molte delle analisi contenute nel documento non mi trovano in disaccordo. Da anni sostengo che il problema di Prato non possa essere ridotto a una questione etnica o di ordine pubblico, che legalità, tutela del lavoro, difesa del Made in Italy e contrasto allo sfruttamento debbano tornare al centro dell’azione politica e amministrativa – le sue parole – la domanda che però mi pongo è un’altra. Perché oggi? Perché questo documento arriva due settimane dopo le elezioni amministrative e non prima? Perché arriva dopo una campagna elettorale nella quale il confronto pubblico su questi temi è stato sostanzialmente impedito? Per mesi ho cercato di portare al centro del dibattito cittadino le questioni della sicurezza, della legalità e del lavoro. Ho chiesto confronti pubblici. Ho chiesto che la città si interrogasse sul modello di sviluppo seguito negli ultimi anni. Ho chiesto che si parlasse apertamente delle criticità che tutti vedevano e che molti preferivano non affrontare. La risposta è stata il silenzio. Un silenzio che non ha riguardato soltanto la politica. Associazioni di categoria, corpi intermedi, realtà influenti della città e persino chi oggi propone questa riflessione hanno scelto, consapevolmente o meno, di non alimentare un confronto pubblico vero. Si è discusso a porte chiuse. Si sono organizzati incontri riservati”.
Banchelli entra poi nel merito del documento, non risparmiando “stoccate” alle amministrazioni Pd. “La città non è stata messa nelle condizioni di confrontarsi apertamente sui temi che oggi il documento stesso riconosce come centrali. Eppure il testo individua con chiarezza una crisi che affonda le sue radici almeno dal rogo della Teresa Moda del 2013 fino ai fatti di Seano del 2024 – ha aggiunto – ma faccio presente che dal 2014 al 2024 la guida della città è stata affidata alla stessa amministrazione, le scelte di quel decennio hanno avuto come responsabile Matteo Biffoni. Se oggi si afferma che il modello ha mostrato limiti evidenti, che i controlli non sono stati sufficienti, che il fenomeno dello sfruttamento continua a manifestarsi, che il rapporto tra legalità e sviluppo è rimasto irrisolto, allora non si può evitare di interrogarsi anche sulle responsabilità politiche di chi ha governato. Il documento giustamente invita a smettere di cercare sempre colpevoli esterni. Condivido: per anni abbiamo sentito dire che era colpa dei cinesi, per anni abbiamo sentito dire che era colpa di Roma, per anni abbiamo sentito dire che era colpa del governo”.
Banchelli invita infine a guardare oltre. “Se davvero vogliamo superare questa logica, allora dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che una parte delle responsabilità appartiene anche a chi ha amministrato la città e ha avuto il compito di affrontare questi problemi. Non condivido invece l’idea che tutta la città sia corresponsabile nello stesso modo. Esiste una differenza profonda tra chi ha governato e chi ha subito. Tra chi aveva il potere di decidere e chi chiedeva di essere ascoltato. Tra chi ha tratto vantaggio da un sistema distorto e chi ne ha pagato le conseguenze”.
Sulla stessa lunghezza d’onda quanto scritto da Jonathan Targetti, candidato sindaco della lista “L’Alternativa c’è”: “Abbiamo letto con attenzione il documento – dice -. Si tratta di un testo che contiene elementi di analisi condivisibili e che finalmente riconosce problemi che da anni vengono denunciati da cittadini, associazioni, forze politiche e operatori economici. Tuttavia, proprio perché affronta questioni così gravi, non possiamo esimerci dal rilevare alcune pesanti contraddizioni. La prima riguarda l’attribuzione delle responsabilità. Nel documento si parla genericamente di una “città” che avrebbe sottovalutato il fenomeno, tollerato zone grigie e chiuso gli occhi davanti allo sfruttamento. Ma questa ricostruzione rischia di essere profondamente ingiusta. Le responsabilità non sono della città nel suo complesso. Non sono dei cittadini che per anni hanno chiesto controlli, legalità e trasparenza. E non sono neanche di chi da anni denuncia il problema sul piano politico. Le responsabilità sono anzitutto politiche e amministrative. Per decenni Prato è stata governata dalla stessa forza politica che ha minimizzato il problema, negato la portata del sistema illegale, respinto ogni allarme e spesso liquidato come allarmismo o propaganda le denunce provenienti da chi chiedeva interventi concreti. Oggi non si può riscrivere la storia distribuendo indistintamente le colpe sull’intera comunità pratese. Chi ha avuto responsabilità di governo deve avere il coraggio di assumersi le proprie responsabilità”.
“La seconda contraddizione riguarda la credibilità politica dell’operazione – prosegue -. È difficile non rilevare come la Pastorale Sociale e tutto il mondo legato alla Diocesi abbia avuto un coinvolgimento diretto nella vita politica cittadina anche recente con numerosi candidati ed eletti proprio nelle liste del Pd o della civica a sostegno di Biffoni. Scelte legittime, per carità, ma pur sempre di parte. Questo elemento non può essere ignorato quando si pretende di impartire lezioni di responsabilità collettiva senza affrontare le responsabilità specifiche di chi ha amministrato la città. Infine, non possiamo non sottolineare la tempistica dell’iniziativa. Un documento di questa portata, che affronta il tema centrale del futuro economico, sociale e civile di Prato, viene diffuso a poche settimane dal voto amministrativo. Una coincidenza che appare quantomeno singolare. Se davvero l’obiettivo era aprire una riflessione libera e trasparente sulla città, sarebbe stato più corretto e più utile presentare questo lavoro all’inizio della campagna elettorale, consentendo ai cittadini e ai candidati di confrontarsi apertamente sui contenuti e sulle responsabilità. Pubblicarlo a ridosso delle urne rischia invece di apparire come un intervento tardivo che finisce inevitabilmente per assumere una valenza politica. Prato ha bisogno di verità, non di ricostruzioni parziali. Ha bisogno di chiamare le cose con il loro nome e di individuare con precisione chi ha governato, chi ha deciso e chi ha scelto di non vedere”.

IL SINDACATO Passando dal mondo della politica a quello del sindacato, la Cisl coglie con piena disponibilità ed urgenza le sollecitazioni lanciate dal vescovo Nerbini e la sua diocesi nel documento presentato ieri: “Si tratta- dice Fabio Franchi, segretario generale della Cisl Firenze Prato – di un contributo coraggioso e lungimirante della Chiesa locale sul complesso e articolato tema della illegalità e dello sfruttamento lavorativo nel territorio pratese: un documento che, muovendo da interrogativi e sollecitazioni alla luce del Vangelo e del magistero sociale della Chiesa, intende interrogare tutta la città, a partire dalla comunità dei credenti fino a tutta la società civile, perché ci sia il coraggio e la responsabilità di guardare con obiettività alla interconnessione che esiste in maniera strutturale fra il cosiddetto distretto parallelo con il distretto ufficiale. La sfida non è soltanto reprimere l’illegalità, ma costruire una coscienza civile capace di riconoscere le interconnessioni esistenti e promuovere diritti, legalità e dignità del lavoro.”
“È evidente che dietro queste grandi sfide vi sono dinamiche enormi di influenza e condizionamento economico che si affermano in un mondo globalizzato e destrutturato,- aggiunge Marco Bucci, responsabile Cisl territoriale Prato – in cui le comunità locali fanno fatica da sole a trovare le soluzioni. Ma è altrettanto vero che quanto è successo negli ultimi decenni anche a Prato provoca la coscienza del mondo produttivo, istituzionale e civile della nostra comunità. Ammettere l’esistenza di una “patologia endemica” , contrastare le profonde interconnessioni economiche che legano la città al sistema produttivo cinese è il primo passo necessario per costruire percorsi di solidarietà e di contrasto allo sfruttamento”.
E’ a partire da questa prospettiva che la Cisl ritiene si possano avviare i necessari canali di comunicazione con il mondo cinese in un quadro di dialogo politico, culturale e istituzionale in cui Prato non può e non deve essere lasciata da sola. “Pensiamo – afferma Fabio Franchi – al recente Protocollo che Cgil, Cisl e Uil hanno siglato con China World Cna per il rafforzamento delle relazioni industriali in centinaia di aziende artigianali cinesi nel rispetto dei diritti dei lavoratori e dei contratti nazionali di lavoro. Pensiamo anche al documento delle parti sociali sindacali e datoriali consegnato a tutti i parlamentari pratesi, in cui si chiedeva al governo di intervenire sul versante dei controlli e delle ispezioni, non in una logica repressiva di facciata, ma come un percorso sperimentale di intervento e di presidio per il rispetto dei diritti e delle regole: una proposta concreta che ad oggi non ha avuto, a tutti i livelli, l’attenzione e le risposte auspicate e necessarie.”

INDUSTRIALI E ARTIGIANI Il documento dell’Ufficio Pastorale sociale e del lavoro della Diocesi di Prato in tema di legalità viene ritenuto da Confindustria Toscana Nord, Cna e Confartigianato un contributo prezioso alla riflessione su un aspetto cruciale della vita della città. 

“Molti dei contenuti del documento sono largamente condivisibili ed evidentemente, quasi naturalmente, riscontrabili nella realtà, a cominciare dalle relazioni esistenti fra le varie componenti della cittadinanza pratese – si legge in una nota congiunta delle tre associazioni -. Del resto sarebbe impossibile che una popolazione immigrata che costituisce un quarto del totale rimanesse come un’isola a sé stante, senza alcun legame con i cittadini “storici” di Prato. Oltre che impossibile, non sarebbe affatto auspicabile, in quell’ottica di accoglienza che proprio nella Chiesa trova un autorevolissimo sostenitore; il problema è, viceversa, che questi legami col territorio sono troppo blandi, spesso per scelta degli stessi “nuovi pratesi” o di chi esercita un qualche potere su di essi.  Le persone e le aziende non devono essere discriminate o isolate in base all’origine etnica: questa è sempre stata la base del pensiero delle nostre associazioni. Nello stesso tempo, però, è innegabile che dal punto di vista sistemico vi sia una profondissima differenza sul piano economico, sociale e umano fra ciò che viene praticato – nella generalità e non certo nella totalità dei casi – da un lato nelle imprese cinesi e dall’altro nelle esperienze prevalenti fra le imprese italiane. Negare questo significherebbe chiudere gli occhi sulla realtà. Per lo stesso motivo sopra richiamato (non sarebbe né possibile né auspicabile che la popolazione immigrata costituisse una sorta di enclave senza legami col territorio) è evidente – e mai negato da nessuno, a quanto ci risulta – che esistano, e siano aumentati col tempo, rapporti economici fra le imprese cinesi e il territorio. Il discrimine valoriale dipende dalla natura e qualità di questi rapporti, non dall’origine etnica di chi li intrattiene. Una locazione immobiliare gestita in legalità e trasparenza a beneficio di un’impresa straniera corretta non è né un reato né una colpa morale: è, a ben vedere, un atto di accoglienza. Le risorse economiche che si generano in questo modo sono a loro volta un bene per la collettività e non c’è motivo di screditarle o rinnegarle. Diverso è invece quando – a opera di cittadini italiani, cinesi o di qualsiasi altra provenienza – si generano ricchezze frutto consapevole di malaffare: in quei casi non deve esserci alcuna tolleranza. Tuttavia ciò che si è manifestato per molti anni non è stato certo un eccesso di repressione: al contrario, non si sono esercitati a sufficienza, da parte dei soggetti pubblici preposti, quei poteri di controllo che sono una garanzia per tutti i cittadini corretti – autoctoni o immigrati che siano – e che li devono mettere al riparo non solo dai danni materiali dell’illegalità ma anche dal generarsi di cattiva reputazione e discriminazione pregiudiziale”. 

“Il Patto etico promosso dalla Chiesa pratese – prosegue la nota – fa seguito a molte altre iniziative che, a partire dai primi anni Duemila, sono state promosse anche da queste stesse associazioni allo scopo di promuovere la legalità e l’integrazione: dall’accoglienza fra i soci di imprese straniere – fortemente valorizzate anche come auspicio di ulteriori avvicinamenti – alla sottoscrizione di patti per la legalità (uno per tutti, del 2016, sottoscritto dalle nostre associazioni), dalle traduzioni come strumento di dialogo alla promozione di normative volte alla diffusione di pratiche sane e corrette nei rapporti di lavoro, essendo determinante affermare e preservare in ogni modo e in ogni luogo la difesa e la tutela della legalità economica. Un impegno forte che sarebbe ingeneroso non riconoscerci e che è stato espresso in ogni modo nei rapporti con le istituzioni, la politica e i media. Apprezziamo l’iniziativa della Diocesi, alla quale le nostre associazioni si dichiarano disponibili a collaborare nelle forme e nei modi appropriati. Per gli aspetti etici e spirituali riconosciamo il magistero della Chiesa, che riteniamo uno stimolo da seguire nella nostra operatività in tema di regolazione delle attività produttive ai tavoli di concertazione, ferme restando le prerogativa e le competenze di ogni soggetto coinvolto in questi processi”.

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