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L’Irpet indica al distretto la strada da seguire: la scommessa è riuscire a trattenere una quota maggiore di valore aggiunto


La ricerca “Analisi del distretto pratese: specializzazione, crisi e trasformazioni” fotografa un sistema produttivo ancora vitale ma più esposto e polarizzato


Alessandra Agrati
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Il distretto tessile di Prato continua a produrre e a competere sui mercati internazionali, ma trattiene una quota minima del valore che contribuisce a generare. Per ogni euro di abbigliamento toscano venduto, al territorio restano meno di cinque centesimi di valore aggiunto: 2,6 centesimi al tessile tradizionale e circa 2,1 al pronto moda. I restanti 95 centesimi vanno a remunerare altre fasi della filiera e altri territori.

È uno dei dati centrali contenuti nello studio “Analisi del distretto pratese: specializzazione, crisi e trasformazioni”, realizzato da Irpet per la Commissione 2 Sviluppo economico della passata legislatura, su richiesta del consigliere Marco Martini. La ricerca è stata presentata a Palazzo Banci Buonamici dal gruppo del Partito Democratico in Consiglio regionale insieme al Centrosinistra per la Provincia di Prato.

Il quadro che emerge è quello di un distretto ancora vitale, con una forte base manifatturiera, ma più fragile rispetto al passato. Accanto a imprese strutturate e solide si è ampliata una fascia che opera con margini ridotti; alcune lavorazioni si sono assottigliate e il ricambio di competenze non è più automatico.

«Si tratta – ha spiegato Nicola Sciclone, direttore di Irpet – di un’analisi che studia le dinamiche di fondo del distretto in una prospettiva di lungo periodo, per capire se siamo di fronte a una riconfigurazione. Dallo studio emergono due mondi, quello del tessile tradizionale e quello del pronto moda, con esigenze e criticità diverse ma un obiettivo comune: salire lungo la catena del valore».

Secondo i ricercatori Enrico Ghezzi e Tommaso Ferraresi, la parte strettamente produttiva – dove si concentrano le imprese pratesi – occupa una posizione subalterna nella distribuzione dei redditi generati lungo la filiera. «L’obiettivo – ha sottolineato Ghezzi – è mettere a disposizione degli operatori economici e della politica elementi utili per orientare le scelte future. Il distretto è vitale e il manifatturiero resta il cuore dell’economia pratese: se venisse meno, si perderebbe anche l’indotto dei servizi collegati».

Tra le criticità evidenziate c’è il controllo del mercato finale: marchi, marketing e distribuzione sono spesso gestiti fuori dal territorio. Nelle fasi di crisi la pressione su prezzi e tempi si scarica così sulle imprese locali; nelle fasi di ripresa, invece, l’aumento dei volumi non sempre si traduce in maggiore valore per Prato. Un ruolo decisivo è svolto dalle imprese di collegamento – esportatori e fornitori di primo livello – che mantengono i rapporti con i committenti e coordinano la subfornitura. Se questi nodi si indeboliscono o si limitano a trasferire pressioni sui costi, il distretto perde coesione e capacità di innovazione, con il rischio di ridurre investimenti e qualità.

Nel tessile tradizionale si accentua il divario tra poche aziende solide e una platea più ampia con redditività bassa, aumentando il rischio di chiusure e rendendo più incerti i passaggi generazionali. Anche in caso di ripresa produttiva, avverte lo studio, non è scontato che si ricostruiscano automaticamente le competenze eventualmente perse. Il pronto moda, invece, si conferma dinamico e reattivo alla domanda, ma con margini contenuti e salari compressi. A questo si aggiungono rischi sociali e reputazionali e la prospettiva di costi più elevati legati a controlli più stringenti.

Sul sistema pesano infine fattori esterni come energia, credito e domanda. Se colpissero lavorazioni specialistiche o imprese chiave della filiera, le uscite dal mercato potrebbero superare una soglia critica, compromettendo non solo la produzione ma anche l’accesso ai mercati.

«Capire il distretto – ha sottolineato il consigliere regionale Matteo Biffoni – serve per fare scelte concrete che aggrediscano i punti deboli. Le risposte devono arrivare dall’Europa, dalla Regione, dal Governo e dal Comune, lungo tutta la filiera politico-amministrativa. L’economia circolare è una parte della soluzione, è un’architrave del distretto, ma da sola non basta. Dobbiamo intervenire anche sullo sfruttamento del lavoro e sull’economia sommersa, recuperando l’evasione fiscale che genera ricchezza indebita e sottrae risorse alla comunità. Questo passa dal lavoro del sindacato, ma soprattutto dall’intervento del Governo nelle sue competenze specifiche: rafforzare la Guardia di Finanza e gli ispettori del lavoro. I flussi di denaro sommerso, come ha dimostrato anche il lavoro della Procura, non riguardano più soltanto il nostro territorio, ma hanno una dimensione nazionale e sempre più spesso internazionale».

Le analisi sono state condivise con sindacati, associazioni di categoria e università. «Il futuro – ha concluso Brenda Barnini, presidente della commissione regionale Sviluppo economico – è investire in innovazione, tecnologia e formazione. La ricchezza di Prato sta nel mix tra saper fare impresa e qualità del lavoro. L’obiettivo è individuare e rafforzare gli assetti strategici su cui costruire la prossima fase di sviluppo».

                                                                                                                                                                                                       alessandra agrati

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