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Industria pratese in frenata: nel primo trimestre produzione giù del 5,1%


Pesano crisi internazionale, costi energetici e calo della domanda. Romagnoli:"Massimo impegno a sostegno delle imprese e della tutela del distretto, a partire dal cardato rigenerato”


Alessandra Agrati


Un primo trimestre 2026 difficile per l’industria pratese, che registra un nuovo arretramento dopo le già pesanti difficoltà dello scorso anno. Secondo i dati del Centro studi di Confindustria Toscana Nord, la produzione industriale di Prato segna un calo del 5,1% rispetto allo stesso periodo del 2025, un risultato definito severo e persino peggiore rispetto alla contrazione registrata dodici mesi fa. A pesare sono soprattutto alcuni comparti chiave del distretto. Il tessile limita le perdite ma chiude comunque a -3%, mentre risultano molto più marcate le flessioni dell’abbigliamento-maglieria (-13,4%) e soprattutto della metalmeccanica, settore rappresentato in larga parte dal meccanotessile, che crolla al -18%, uno dei dati peggiori degli ultimi anni. Un risultato influenzato anche dalle incertezze sugli incentivi e dall’aumento dei costi. Più contenuto invece il quadro complessivo dell’area Lucca-Pistoia-Prato, che registra nel trimestre un calo dello 0,4%, interpretato come una situazione di relativa stabilità. “Le imprese pratesi stanno lavorando intensamente per affrontare nel migliore dei modi questo passaggio così difficile – sottolinea Confindustria Toscana Nord –. Come associazione l’impegno è massimo per sostenere i loro sforzi e assicurare la rappresentanza degli interessi del territorio, a cominciare dal capitolo fondamentale del cardato rigenerato”. Secondo l’associazione emerge inoltre con sempre maggiore chiarezza un tema strutturale: “Un fattore decisivo di debolezza delle aziende è quello delle piccole dimensioni, un problema noto che richiederà una rinnovata attenzione”. A commentare il quadro economico è anche la presidente di Confindustria Toscana Nord, Fabia Romagnoli, che collega il rallentamento industriale alle tensioni geopolitiche internazionali. Dopo un avvio d’anno relativamente tranquillo, infatti, il primo trimestre del 2026 ha risentito dello scoppio della guerra tra Stati Uniti e Iran, che ha riportato instabilità sui mercati internazionali.
“L’offerta di materie prime, da quelle energetiche ai componenti industriali, è diventata più difficoltosa e costosa – spiega Romagnoli – contribuendo, insieme al ristagno della domanda, al rallentamento della produzione in molti settori”. Sul fronte export incidono anche il cambio euro-dollaro sfavorevole e le politiche daziarie statunitensi, che stanno spingendo la Cina a guardare con crescente interesse al mercato europeo. A questo si aggiunge un clima di scarsa fiducia da parte dei consumatori, con la prospettiva di una riduzione dei consumi e di un aumento del risparmio. “La sfida per le imprese continua ormai da anni ed è sempre più pesante – prosegue Romagnoli –. Le aziende resistono con grande fatica, talvolta con perdite dolorose, ma continuano a lottare confidando nel recupero di una stabilità geopolitica che rappresenta il primo obiettivo”.
La presidente di Ctn rilancia poi il tema del rischio deindustrializzazione, condividendo l’allarme espresso dal presidente di Confindustria Emanuele Orsini durante l’assemblea nazionale della confederazione.
“Per l’Italia i nodi dell’energia e della disponibilità di materie prime a prezzi sostenibili sono prioritari. Servono politiche europee più attente alla competitività delle imprese, a partire dal sistema ETS, che deve essere radicalmente rivisto. Anche il nostro Paese deve riconsiderare alcune scelte, comprese quelle sul nucleare”.
Romagnoli guarda con favore anche all’ipotesi della ZES unica nazionale, considerata uno strumento utile per incentivare gli investimenti.
“Nonostante tutte queste difficoltà – conclude – gli imprenditori continuano a investire con fiducia e coraggio. Tocca alla politica e alle istituzioni creare condizioni che sostengano questa fiducia invece di vanificarla”.

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(N° 4 del 14/02/2009)
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