Settantamila tonnellate di prodotti in lana e misto lana riciclati ogni anno, un fatturato stimato di 1,75 miliardi di euro e oltre 8.300 addetti. Tradotto in termini concreti: circa 140 milioni di capi realizzati, considerando un peso medio di 500 grammi per ogni capo in lana cardata riciclata. Sono i numeri del cardato riciclato elaborati dal Centro studi di Confindustria Toscana Nord, che prova così a dare una dimensione reale a una filiera simbolo dell’economia circolare italiana ma ancora priva di un riconoscimento statistico ufficiale. Le stime, realizzate grazie alla conoscenza diretta del territorio e alla collaborazione con le altre associazioni di categoria, confermano anche il ruolo dominante di Prato nel settore: il distretto rappresenta infatti l’84% dei tessuti cardati riciclati italiani in lana o peli fini, oltre a quote rilevanti anche nella produzione di filati. Un comparto che costituisce uno degli elementi più identitari del tessile pratese ma che continua a confrontarsi con ostacoli normativi considerati sempre più preoccupanti dalle imprese. “Si fa molta fatica a far comprendere davvero, al di là degli apprezzamenti generici, il valore ambientale del cardato riciclato – sottolinea Francesco Marini, presidente della sezione Sistema moda di Confindustria Toscana Nord – Il legislatore europeo tende a omologare le norme fra settori, ignorando le specificità del tessile e la particolare organizzazione della filiera pratese, che è complessa e altamente specializzata”.
Il nodo principale riguarda il tema dell’End of Waste, cioè la normativa che stabilisce quando un materiale smette di essere considerato rifiuto per tornare materia prima. Secondo il distretto, i materiali destinati alle sfilacciature, già selezionati e sottoposti a primi trattamenti, sono di fatto pienamente reinseriti nel ciclo produttivo. Una parte dell’orientamento europeo continua però a considerarli rifiuti fino al ritorno allo stato di fibra continua.
“Se si applicasse questa interpretazione – spiega ancora Marini – le sfilacciature non sarebbero più considerate il primo passaggio della rigenerazione delle fibre ma semplici gestori di rifiuti, con tutti gli adempimenti conseguenti. Sarebbe un colpo pesantissimo per la filiera del cardato rigenerato, con inevitabili conseguenze economiche e occupazionali”.
A rendere ancora più complessa la situazione c’è poi un altro paradosso: i dati ufficiali sul cardato riciclato praticamente non esistono. Nonostante l’Unione Europea chieda informazioni dettagliate su flussi e volumi produttivi, mancano categorie statistiche specifiche in grado di tracciare realmente il settore.
“È una situazione bizzarra e incresciosa – osserva Marini – che ostacola il lavoro di rappresentanza e di confronto con le istituzioni. Eppure questi dati sono indispensabili sia nei rapporti con l’Unione Europea sia nella documentazione richiesta dal Ministero dell’Ambiente”.
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