Aggregazioni di impresa con il blockchain e l’utilizzo dei negozi di vicinato anche come punto “prova” per i prodotti di abbigliamento e di scarpe acquistati con l’e-commerce, sono alcune delle proposte emerse dagli incontri promossi da Prato Futura con le associazione dei commercianti, del mondo produttivo, dei consulenti del lavoro, i sindacati e l’ordine dei commercialisti per riprogettare il distretto non solo in ambito manifatturiero.
Dal punto di vista produttivo, fra i vari contributi arrivati, c’è quello di una nuova forma di aggregazione che si stacca da quella tradizionale verticale o orizzontale. per muoversi nell’ambito dell’aggregazione della tracciabilità dove ogni passaggio viene certificato attraverso il sistema della catena a blocchi. Il processo, sperimentato nelle transazioni dei bitcoin, impedisce ogni falsificazione delle dichiarazioni che vengono firmate elettronicamente dagli imprenditori. Questa soluzione avrebbe un duplice vantaggio: da una parte certificherebbe l’itero processo produttivo del distretto rendendolo più spendibile dal punto di vista commerciale, visto che i brand richiedono sempre più spesso la certificazione di produzione secondo canoni etici dal punto di vista lavorativo, green da quello produttivo e di lavorazioni completamente italiane. L’altro vantaggio è il consolidamento del rapporto fra terzista e committente, fondato proprio sulla certificazione, un processo che potrebbe essere anche propedeutico a quello delle aggregazioni classiche.
Sul fronte del commercio la preoccupazione maggiore riguardo lo svuotamento del centro storico e la crisi dei negozio di prossimità, già iniziata prima della pandemia. “Sono due le proposte che vengono avanzate – spiega Stefano Betti presidente di Prato Futura- una riguarda le aggregazioni di negozi in base alla via, in modo da dare più forza al commercio di prossimità che continua a svolgere anche una funzione di presidio sul territorio, dall’ altra quella di cercare di sfruttare il boom delle vendite online, creando dei servizi all’ interno degli stessi negozi, ad esempio come la possibilità di far provare a pagamento i capi di abbigliamento o le scarpe ai clienti. Operazione che richiama persone all’interno degli esercizi commerciali che magari trovano anche l’occasione per acquistare prodotti in loco”. Un’idea che forse potrebbe trovare anche qualche chanche all’interno del Recovery fund, visto che secondo le statistiche il 30% dei prodotti acquistati online vengono restituiti, ma non rimessi in commercio per i costi alti del riconfezionamento. Provandoli prima il rischio del reso diminuisce.
Nel calendario degli incontri sono stati sentiti anche i commercialisti che propongono una maggiore collaborazione con le imprese nell’ottica di partecipare ai bandi e al reperimento di finanziamenti e contributi anche per il distretto.
Sindacati e consulenti del lavoro, hanno invece espresso il timore che dopo lo sblocco dei licenziamenti e la fine degli ammortizzatori sociali si diffondano pratiche di lavoro illegali.
“La sintesi di tutti questi incontri – ha spiegato Betti- verranno pubblicati in primavera, intanto il quadro che emerge è quello della necessità di ripensare il modello produttivo e non solo. Bisogna lavorare perché il tessile torni ad essere un settore attrattivo per i giovani, come è successo per l’enogastronomico. Uno sviluppo che innegabilmente deve passare anche per la salvaguardia dell’ etica: non avrebbe senso avere aziende smart con fatturati importanti che però danno lavoro a pochissime persone e non favoriscono neppure il coinvolgimento dell’indotto”.
Tra i progetti di Prato Futura anche la collaborazione con Monica Pratesi per rieleborare in tempi rapidi i dati dell’Istat relativi al distretto. “Un’operazione importante – conclude Betti – perché spesso arrivano informazioni ormai vecchie e quindi poco utilizzabili per la progettazione”.
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