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Tra tecnologia e indagini vecchia maniera, parla il capo dei “cacciatori di sfruttatori”: “Siamo pochi ma che soddisfazione il grazie dei lavoratori liberati”


Vito Leonardo Cascarano guida il nucleo di otto persone del "Gruppo antisfruttamento" dell'Asl che agisce in stretto coordinamento con la procura: "Sono 140 i procedimenti penali trattati, molti dei quali si sono tradotti in condanne, in sequestri patrimoniali finalizzati alla confisca, in misure di prevenzione, in amministrazioni controllate di impresa. Un impegno che non conosce sosta e che oggi è guidato dal procuratore Tescaroli che ha impresso un ulteriore passo in avanti”


Nadia Tarantino


Trasformata, modificata, a tratti irriconoscibile. Con i suoi 51mila residenti immigrati, 33.300 dei quali cinesi (dati del 31 dicembre 2025), con una fetta di clandestini impossibile da quantificare, con più di cento nazionalità conviventi, Prato è un caso unico. Caso unico in Italia? No, anche in Europa. Fermandosi alla sola componente cinese, Prato ha il primato di incidenza sul totale complessivo degli abitanti che sono 196.308: una concentrazione di gran lunga superiore a quelle di Parigi e di Londra. Numeri da città inserita in un’altra città e, per dare un’idea, la comunità cinese rappresenta il secondo comune della provincia, doppiando Montemurlo che di residenti ne conta tra 18 e 19mila.
Una comunità laboriosa, quella cinese, a capo della maggioranza delle quasi ottomila imprese a conduzione straniera a cui aggiungere un numero imprecisato di imprese fantasma. Tante imprese, tanti lavoratori. Molti, decisamente troppi a nero.
Ripristinare le regole: si prova a farlo a vari livelli. Uno dei principali tasselli è il ‘Gruppo antisfruttamento’ del Dipartimento di prevenzione igiene e sicurezza sui luoghi di lavoro (Pisll) dell’azienda Usl Toscana centro, coordinato da Vito Leonardo Cascarano. Un nucleo di otto persone dalla forte impronta investigativa, specializzato in indagini di altro profilo, costola del ‘Piano lavoro sicuro’ varato dalla Regione Toscana all’indomani dell’incendio della confezione Teresa Moda che costò la vita a sette operai cinesi. Un tassello fondamentale che opera all’interno del Servizio Pisll diretto da Luigi Mauro in raccordo con gli uffici del procuratore Luca Tescaroli.
Ispettore Cascarano, a Prato l’azione contro lo sfruttamento sul lavoro è cominciata in modo strutturato molti anni fa.
“E’ stata la naturale evoluzione del massiccio intervento messo in campo dalla Regione dopo la tragedia Teresa Moda. Quella è stata, per così dire, la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Da lì in poi il contrasto all’illegalità nel distretto non si è più fermato e anzi, appunto, si è affinato. Nel 2017 il sostituto Lorenzo Gestri, titolare dell’inchiesta sull’incendio della confezione e oggi in forza alla Dda di Firenze, è stato il promotore più convinto e determinato per la creazione del Gruppo, anche in conseguenza della riforma che ha introdotto l’articolo 603bis per punire in modo più incisivo forme di sfruttamento e caporalato. Di recente, anche su input del procuratore Tescaroli e grazie alla sensibilità della Regione Toscana e della Asl Toscana centro, il Gruppo antisfruttamento è stato incrementato da tre a otto unità”.
Investigatori vecchia maniera con un tocco di tecnologia. Come si indaga e come si fissa il reato 603bis, lo sfruttamento, in un contesto nel quale omertà e reticenza resistono?
“Alle competenze tradizionali del tecnico della prevenzione associamo quelle investigative: intercettazioni, esame dei tabulati telefonici, appostamenti, installazione di microspie e telecamere, visione di immagini e ascolto di conversazioni, raccolta dei dati, incrocio di svariati elementi. Il nostro lavoro è fondamentale: se non costruiamo una base solida e anzi solidissima, le eventuali ipotesi di reato, le contestazioni, le richieste di eventuali misure cautelari rischiano di cadere nel vuoto”.
Lo sfruttamento richiede elementi precisi per essere contestato.
“Serve dimostrare una condotta illecita reiterata, ripetuta. Serve dimostrare l’approfittamento della condizione di bisogno del lavoratore, serve dimostrare che lo stato di necessità della persona è la leva su cui si innestano retribuzioni al ribasso, turni di lavoro di dodici ore e più al giorno, mancato riconoscimento anche dei più elementari diritti. Serve insomma dimostrare che il povero lavoratore di turno che non ha soldi, che non ha una casa, che non ha indipendenza alcuna, che quando va bene a stento parla italiano, ha come unica possibilità quella di accettare condizioni di lavoro degradanti per garantirsi il minimo sostentamento. Ecco che il lavoro del Gruppo antisfruttamento comincia prima del controllo tradizionale e finisce dopo: il prima e il dopo servono a scrivere la vita dell’azienda, quella vera che va al di là di ciò che si trova nel momento in cui si fa l’accesso”.
Si ricorda il primo 603bis a Prato?
“Come no? 2018, via del Sabotino, l’arresto di Miao Kedan. Mi permetto di dire primo caso a Prato ma anche tra i primi in Italia: l’imprenditore fu condannato in abbreviato a 3 anni di reclusione. Quella indagine fu importante, segnò la svolta. Da lì tanto altro è stato fatto e ad oggi sono circa 140 i procedimenti penali trattati, molti dei quali si sono tradotti in condanne, in sequestri patrimoniali finalizzati alla confisca, in misure di prevenzione, in amministrazioni controllate di impresa. Un impegno che non conosce sosta e che oggi è guidato dal procuratore Tescaroli che ha impresso un ulteriore passo in avanti”.
Parlavamo della difficoltà dovuta all’omertà dei lavoratori che spesso, va detto, è solo frutto della paura di perdere anche il poco garantito.
“Da marzo scorso ad oggi si contano circa 200 lavoratori che hanno chiesto aiuto, che hanno denunciato. Un numero decisamente rilevante, risultato dei protocolli di collaborazione che nel tempo sono stati sottoscritti e che hanno consentito di mettere in piedi sistemi di protezione e di garanzia in termini di tutela sociale e giuridica. E’ necessario chiudere il cerchio, nel senso che è necessario assicurare un futuro certo a chi collabora alle indagini. Parliamo di stranieri che spesso, nei primi anni, lavorano per pagare il debito che hanno contratto per arrivare in Italia e per mandare qualche spicciolo alla famiglia rimasta nel Paese d’origine. A parte quelli, e mi riferisco ai cinesi, che non hanno consapevolezza dello sfruttamento a cui sono sottoposti, che non percepiscono la realtà della loro condizione di lavoro, gli altri ci provano a ribellarsi e le cronache lo raccontano, ma deve esserci un approdo sicuro, una soluzione abitativa e la possibilità di un inserimento e di un reinserimento lavorativo. Guardate, è svilente assistere a persone che poi sono costrette a tornare nelle situazioni di sfruttamento che hanno provato a combattere”.
Servono strumenti, è chiaro. Intanto, tra le necessità, ce n’è una che ricorre costantemente: l’ampliamento degli organici.
“E’ un bisogno impellente e non lo dico io, lo dicono coloro che hanno più titoli di me, lo dicono i numeri: serve incrementare gli organici ispettivi, requirenti, giudicanti. Servono organici adeguati al contesto nel quale operiamo: qui si parla di un distretto che è un mondo a sé e di illegalità che necessitano di risposte straordinarie. Non si può pensare di continuare a calibrare le forze in campo prendendo come riferimento il numero degli abitanti, l’estensione geografica del territorio. Nel contrasto allo sfruttamento, per esempio, sono fondamentali i mediatori linguistici che fanno interpretariato sì ma che sono in grado di creare una connessione tra culture. Lo sbarramento linguistico è un tema per nulla banale in generale e per le nostre indagini in particolare. Indagini che sono lunghe e complesse. Prendiamo la pratica delle ditte apri e chiudi: una volta cambiava il nome della confezione e del pronto moda, ora cambia solo la ragione sociale perché è comunque importante mantenere la riconoscibilità rispetto al cliente ed ecco che le verifiche si complicano. Oppure prendiamo le imprese individuali che sono la stragrande maggioranza ma che in alcuni casi risultano avere alle loro dipendenze anche cinquanta lavoratori, molti dei quali fittizi che hanno solo bisogno di mantenere i requisiti necessari per il permesso di soggiorno. Sono fenomeni dentro il fenomeno”.
Prato capitale dello sfruttamento lavorativo?
“Prato è tra le realtà con una situazione di particolare e profonda gravità. Lo sfruttamento è il risultato di una combinazione semplice per quanto crudele: forte presenza di settore con alta richiesta di manodopera non qualificata o con bassa professionalità. E chi risponde a turni di lavoro massacranti in cambio di pochi euro? Chi ha affrontato il viaggio della speranza impegnando i risparmi dei genitori, chi ha lasciato il proprio Paese in cerca di un futuro più stabile, chi scappa da guerre, fame e miseria. Poi però questa gente arriva qui e si ritrova rinchiusa in fabbriche per 12-15 ore al giorno, vivendo una condizione che rappresenta il totale impedimento all’integrazione e all’emancipazione. Di più: vivendo il senso di colpa dato dalla difficoltà di mettere insieme un livello di vita dignitoso con il sostentamento della famiglia lasciata a casa”.
Ci sono immagini che le sono rimaste più impresse di altre?
“I lavoratori a nero nascosti tra i tessuti, sotto le macchine da lavoro per sfuggire ai controlli. I lavoratori che ci hanno ringraziati con lo sguardo, che ci hanno fatto percepire il loro senso di liberazione. L’altro giorno uno mi ha saluto in mezzo alla strada, un pakistano che non avevo riconosciuto: si è fermato, è sceso dal motorino ed è venuto a stringermi la mano per dirmi che sta un po’ meglio di prima ma che è sempre dura”.
Ritiene che ci sia un problema di coscienza collettiva?
“C’è un problema di filiera e di costi spalmati lungo tutta la catena. A rimetterci è sempre l’anello più debole, cioè l’ultimo, quello che non ha difese, che non ha tutele, che ogni giorno ha un solo pensiero: sopravvivere e aiutare la famiglia. Serve cambiare il sistema”. (nadia tarantino)

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