L’inchiesta della procura di Prato sul carcere della Dogaia – dall’uso di telefonini alla detenzione di droga, dalle rivolte e le aggressioni all’evasione di un detenuto – non si trasformerà in un maxiprocesso. Troppi gli imputati – cinquanta – troppe e diversificate le imputazioni, troppi i testimoni e così il giudice delle udienze preliminari ha operato una serie di stralci formando procedimenti più facilmente gestibili. E’ la conclusione della lunga udienza preliminare di ieri, lunedì 11 maggio, che ha impegnato quasi due ore solo per l’appello tra detenuti presenti, detenuti collegati da remoto e relativi avvocati. Otto le date già fissate tra l’inizio di giugno e i primi di ottobre per decidere su eventuali riti alternativi e incardinare i dibattimenti.
Tra gli imputati figurano anche il comandante di reparto e un assistente capo della polizia penitenziaria: entrambi difesi dall’avvocato Elena Augustin, sono chiamati a rispondere di procurata evasione in relazione all’allontanamento il 20 dicembre 2024 di un detenuto poi ripreso e riportato dietro le sbarre. Per loro il destino è già deciso: affronteranno il processo senza scorciatoie.
Altri 48 sul banco degli imputati (32 italiani e 16 stranieri): 19 detenuti italiani e 13 stranieri attualmente rinchiusi alla Dogaia, 5 detenuti italiani e 2 stranieri rinchiusi in altre carceri, 3 italiani e uno straniero ai domiciliari, tre italiani liberi; a questo elenco si aggiungono due donne accusate di aver fornito telefonini e sim attive ai parenti. Del nutrito esercito di avvocati fanno parte, tra gli altri, Costanza Malerba, Ivan Esposito, Cristiano Toraldo, Alessandro Oliva.
Una inchiesta gigantesca che per mesi ha impegnato il procuratore Luca Tescaroli e tre sostituti. Tre i filoni di indagine: i ripetuti ingressi in carcere di telefonini e droga a libero uso e consumo di svariati detenuti, le rivolte del 7 maggio e del 5 luglio 2025 e l’evasione di un recluso che approfittò di una porta di sicurezza aperta per darsi alla fuga. Fatti che in comune hanno solo il luogo in cui sono avvenuti e per questo motivo già nell’udienza dello scorso marzo le difese avevano sollevato la necessità di uno spezzatino per ridurre le lungaggini, snellire i faldoni e agevolare l’operatività. Il giudice, recependo e condividendo le richieste, aveva chiesto alla procura di pronunciarsi su eventuali stralci che ieri sono stati definiti con una divisione per fatti contestati e una ulteriore divisione per episodi.
La Dogaia continua a stare sotto i riflettori della procura: negli ultimi mesi sono continuati senza sosta i sequestri di telefonini e altri apparecchi utili a stabilire contatti con l’esterno, soprattutto attraverso i social e in particolare TikTok con tanto di like e commenti sui profili dei detenuti, così come i sequestri di sostanze stupefacenti fatte arrivare dentro il carcere con lanci dall’esterno quando con le fionde, le canne da pesca e le frecce, quando con i droni, quando con palloni calciati dall’esterno nelle aree aperte e frequentate dai reclusi durante l’ora d’aria. Su richiesta del procuratore, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha previsto l’installazione di reti antilancio mentre presto potrebbe entrare in funzione un sistema in grado di schermare il segnale per i telefonini. Solo tra febbraio e aprile, secondo un bilancio fornito dalla procura, alla Dogaia sono stati sequestrati un chilo di hashish, 35 grammi di cocaina, 9 telefonini. Tornando indietro al 2025, il bilancio conta un chilo di cannabinoidi, due etti di cocaina, due grammi di ecstasy e 43 telefonini liberamente usati per chiamate, videochiamate, chat e social. (nadia tarantino)
Riproduzione vietata