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Spari al pronto soccorso, il Sappe a difesa dell’agente: “Prematuro fornire già ora la ricostruzione del fatto, no a un processo mediatico”


Il sindacato chiede prudenza e quanto alle telecamere che hanno ripreso la scena commenta che "la dinamica complessiva non può essere ridotta a pochi fotogrammi". Le indagini vanno avanti spedite. L'ipotesi di reato è tentanto omicidio


Nadia Tarantino


“L’iscrizione del collega nel registro degli indagati è già di per sé un fatto enorme. Le indagini sono appena iniziate e riteniamo doveroso evitare che una ricostruzione ancora necessariamente provvisoria finisca per assumere, nell’opinione pubblica, il valore di una verità già accertata”. Il Sappe, con un lungo comunicato stampa inviato oggi, martedì 18 agosto, fa quadrato attorno all’agente della polizia penitenziaria indagato dalla procura di Prato per tentato omicidio, dopo gli spari e il ferimento di un giovane in stato di arresto che, nel pomeriggio della scorsa domenica, ha prima creato il caos e poi tentato la fuga dal pronto soccorso dell’ospedale Santo Stefano. Il segretario generale del sindacato, Donato Capece, chiede tempo per l’accertamento dei fatti, chiede una valutazione complessiva di tutto quello che è successo. “Piena solidarietà umana e professionale al collega, massimo rispetto per la magistratura e piena fiducia nel suo operato – si legge – ma riteniamo che debbano essere gli atti, le indagini e infine il giudice a stabilire che cosa sia realmente accaduto”. Parole che suonano come una critica alla procura che ieri, con un comunicato ufficiale, ha dato notizia del resoconto della visione dei filmati delle telecamere installate al pronto soccorso: “I filmati acquisiti – parole testuali – mostrano la dinamica dei fatti. Due agenti di polizia penitenziaria, mentre il ragazzo cercava di scappare ammanettato all’interno di un ambiente chiuso dal qualche non poteva uscire, hanno cercato di raggiungerlo. Uno dei due agenti ha esploso contro il ragazzo tre colpi di pistola, uno dei quali l’ha colpito”.
Una ricostruzione che incontra il commento di Capece: “Un pronto soccorso non è una cella blindata: è un ambiente con corridoi, porte, accessi e vie di collegamento. Dovranno essere accertate la conformazione dei luoghi, le possibili vie di fuga, la posizione delle persone presenti e soprattutto ciò che il collega ha visto e percepito in quei concitati secondi”. E aggiunge: “Un altro elemento non può essere ignorato: secondo le ricostruzioni disponibili, prima degli spari vi sarebbe stata una situazione di forte concitazione e il giovane avrebbe utilizzato un estintore. Anche questo aspetto dovrà essere valutato nella sua interezza. Un filmato può documentare moltissimo, ma la dinamica complessiva non può essere ridotta a pochi fotogrammi”.
Intanto il procuratore, Luca Tescaroli, ha notificato all’agente indagato un avviso a comparire. L’agente, originario della Campania, ha già nominato un avvocato di fiducia: Vittorio Luigi Fucci, del foro di Benevento.
Gli accertamenti su quanto successo domenica vanno avanti spediti. La Scientifica della polizia ha compiuto un lungo sopralluogo; l’esito sarà comparato con le immagini restituiti dalle telecamere di sicurezza posizionate al pronto soccorso, un paio delle quali puntate sulla ‘camera calda’, vale a dire sullo spazio nel quale arrivano le ambulanze che trasportano i pazienti. Saranno poi sentiti tutti i testimoni – diversi quelli già ascoltati – e non si esclude una perizia balistica per accertare nel dettaglio la modalità dei colpi esplosi e la traiettoria dei proiettili.
“Nessuno mette in discussione il diritto della procura di comunicare con la stampa nei limiti previsti dalla legge – ancora il segretario generale del Sappe – ma ci chiediamo quale fosse la necessità di anticipare pubblicamente una specifica ricostruzione delle dinamica, mentre gli accertamenti sono ancora in corso. Quando a parlare è un’autorità giudiziaria, le sue parole hanno inevitabilmente un peso enorme sull’opinione pubblica. Da anni sosteniamo che i processi si fanno nelle aule di giustizia e non sui giornali, sui social, nei talk show”. E per finire: “Se il collega ha sbagliato saranno gli accertamenti a dimostrarlo. Se invece ha agito nell’adempimento del proprio dovere, trovandosi a fronteggiare una situazione che in quei momenti ha percepito come pericolosa e nella quale doveva impedire una fuga, anche questo dovrà emergere con la stessa chiarezza. Essere indagati – conclude Capece – non significa essere colpevoli e questo principio deve valere per tutti, anche nella comunicazione pubblica”. 

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(N° 4 del 14/02/2009)
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Direttore responsabile: Claudio Vannacci

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Redazione: Via del Biancospino, 29/b, 50010
Capalle/Campi Bisenzio (FI)

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