Denunciò una rapina al money transfer del quale era dipendente, ma non fu creduto e per questo sequestrato, torturato e minacciato da sei connazionali, tra colleghi e datore di lavoro, che pretendevano la restituzione della somma, circa 10mila euro. Il fatto risale allo scorso gennaio mentre i presunti aguzzini, pachistani tra i 38 e i 59 anni, furono arrestati dalla polizia e rinchiusi in carcere a maggio. Pesanti le accuse: sequestro di persona a scopo di estorsione, tortura, rapina e lesioni gravi. In queste ore la procura antimafia di Firenze ha notificato l’avviso di conclusione indagini che ha coinciso con la scarcerazione del titolare del money transfer, un 38enne residente a Prato, e di uno dei dipendenti, difesi dagli avvocati Federico Febbo, Luca Betti e Costanza Malerba. A breve si aprirà il processo che ripercorrerà i due giorni di inferno denunciati dalla vittima, prima rinchiusa in un negozio di parrucchiere, sempre in viale Vittorio Veneto e sempre di proprietà dello stesso datore di lavoro, e poi portata nell’appartamento dove abitava, nella vicina via Tiepolo. Ore da incubo quelle a cui, secondo la denuncia e la ricostruzione degli investigatori, fu sottoposto il commesso del money transfer che inutilmente negò di essersi appropriato del denaro. Inutilmente perché fu picchiato, minacciato di morte, minacciato di essere causa delle conseguenze che avrebbero patito i familiari in Pakistan, spogliato, legato mani e piedi, frustato, torturato. A liberarlo furono gli agenti della Squadra mobile di Prato che avviarono le indagini dopo la denuncia di un uomo, pachistano anche lui, che raccontò di aver saputo del sequestro di un connazionale, suo parente. La notizia era arrivata direttamente dal Pakistan: qui vive il padre della vittima che era stato raggiunto da una videochiamata che gli chiedeva il pagamento di 10mila euro per la liberazione dell’uomo che, altrimenti, avrebbe non solo continuato a subire angherie ma sarebbe andato incontro alla morte. Le indagini portarono all’individuazione del nascondiglio e, dopo mesi, anche agli arresti.
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