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Rogo di via Toscana, la Teresa Moda intestata a una prostituta senza fissa dimora


E' uno dei tanti particolari che emerge dalle decine di pagine dell'ordinanza di custodia cautelare che ieri mattina ha portato all'arresto di cinque persone, i tre cinesi gestori di fatto dell'azienda e i soci italiani dell'immobiliare proprietaria del capannone. Mesi di complesse indagini hanno ricostruito rapporti di lavoro e condizioni di vita degli operai morti carbonizzati


Redazione


Quarantacinque anni, residente ad un indirizzo virtuale utilizzato dal Comune di Roma per le persone senza fissa dimora, identificata un anno fa come prostituta in un centro massaggi di Roma. Sono le poche cose che si conoscono di Li Jianli, la donna che ufficialmente è titolare del Teresa Moda, la ditta di via Toscana divorata il primo dicembre scorso dall'incendio nel quale sono morti sette operai, quattro dei quali clandestini. Non occorre saperne di più sul conto della donna perché le indagini della procura hanno chiarito che si tratta di un prestanome, niente di più che un nome e un cognome registrato alla Camera di Commercio. Non ci sono provvedimenti a suo carico. Il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Prato Fantechi, su richiesta del pm Gestri, ne ha emessi cinque nei confronti di suoi tre connazionali – le sorelle Lin Youli (39 anni) e Lin You Lan (42) e il marito della prima Hu Xiaoping (40), gestori di fatto del Teresa Moda – e i fratelli Giacomo (41) e Massimo Pellegrini (47), soci dell'immobiliare Mgf proprietaria del capannone di via Toscana. Tutti sono agli arresti da ieri mattina. I cinesi in carcere, i due imprenditori italiani ai domiciliari per un mese. Le 80 pagine dell'ordinanza di custodia cautelare raccontano molto di quella tragedia che poteva essere evitata, degli abusi edilizi che hanno consentito al Teresa Moda e alle altre ditte che negli anni precedenti hanno occupato lo stabile, di dare un posto letto e l'uso di una cucina agli operai. La promiscuità tra lavoro e vita quotidiana, una circostanza normale in tante aziende cinesi. Il rogo di via Toscana ha acceso i riflettori su questa “normalità”; fatti che sono conosciuti a chi vive a Prato perché si sa, e i blitz che a centinaia sono stati compiuti nei capannoni lo hanno dimostrato, che gli operai cinesi lì dove lavorano abitano. Parte anche da qui, oltre che da “riscontri investigativi”, la convinzione della procura che i fratelli Pellegrini “non potevano non sapere quello che accadeva dentro lo stabile di via Toscana”. Un punto su cui il procuratore capo Piero Tony ha insistito molto: “Senza il loro operato – ha detto riferendosi ai due italiani – tutto ciò non sarebbe mai accaduto”. In passato altre loro proprietà sono finite sotto sequestro per irregolarità. Giacomo e Massimo Pellegrini sono indagati per due reati: omicidio colposo plurimo e incendio colposo aggravato. Ai cinesi, oltre a questi, ne vengono contestati altri due: omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro aggravata dal disastro e favoreggiamento aggravato, ai fini di profitto, della permanenza sul territorio dello Stato di clandestini. I cinesi sono finiti agli arrestati per impedire la reiterazione del reato: “Stavano per aprire un'altra attività – hanno rivelato gli investigatori – come se nulla fosse accaduto”. Gli imprenditori italiani sono stati arrestati per “evitare l'inquinamento delle prove”.
Le indagini, condotte dalla questura con l'ausilio di personale dello Sco appositamente inviato da Roma, e dalla guardia di finanza, hanno messo nero su bianco due elementi che sono un po' il cuore dell'inchiesta: gli operai clandestini lavorano da tempo alle dipendenze delle due sorelle e gli abusi edilizi erano presenti nel capannone fin dal 2008 come è stato accertato mettendo in fila testimonianze e documenti di chi ha fornito le pareti in cartongesso.
L'avvocato Alberto Rocca che difende Massimo e Giacomo Pellegrini ha già depositato istanza di riesame. Dovrà smontare la tesi della procura che sostiene con forza che i proprietari dell'immobile conoscevano, quando hanno stipulato il contratto di affitto con Teresa Moda, lo stato dei locali. La complessa indagine, da più parti definita “una svolta” proprio per l'arresto dei proprietari italiani del capannone, ha puntato molto sui parenti delle vittime che hanno confermato rapporti di lavoro datati di almeno qualche mese quando non di qualche anno e di impalcature con posti letto per il riposo dopo tante ore di lavoro. La notte dell'incendio alcuni degli operai avevano telefonato a mogli, mariti e genitori verso le 2: avevano appena finito di lavorare. Turni massacranti di 12-13 ore, anche di più se c'era bisogno. La paga? 2-3 euro l'ora. E dopo il lavoro, il riposo in stanze di piccole dimensioni, senza luce, realizzate con legno e cartongesso su un doppio livello. I sette operai morti carbonizzati – cinque uomini di 34, 42, 43, 45 e 51 anni, e due donne di 46 e 50 anni – sono stati sorpresi nel sonno dalle fiamme e solo grazie ad uno che si è svegliato e ha cominciato ad urlare, altri, compreso almeno un bambino, si sono salvati. Ad accelerare il fuoco è stato l'ingente quantitativo di tessuto stoccato nel capannone: una trappola nella trappola per i cinesi che non ce l'hanno fatta. “Le violazioni accertate – secondo il gip che fa riferimento al capannone di via Toscana – sono così gravi e numerose che non vi è da chiedersi quali norme siano state violate quanto, piuttosto, quante ne siano state rispettate”. Una frase che riassume il quadro di totale illegalità nel quale vivevano e lavorano gli operai del Teresa Moda.  

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(N° 4 del 14/02/2009)
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