Non decolla il processo China Truck. A quattordici anni dai fatti contestati, a sette dalle decine di ordinanze di custodia cautelare e a tre dalla prima udienza, il processo è ancora alle battute iniziali. Se non fosse che in ballo ci sono i sodali cinesi di una presunta organizzazione mafiosa accusati di associazione per delinquere e di sfilze di reati, se non fosse per l’imponente macchina investigativa rimasta in campo per anni in mezza Italia e qualche volta anche fuori, se non fosse per le migliaia e migliaia e altre migliaia di pagine scritte da procure e tribunali, ci sarebbe quasi da prenderla a ridere.
L’ennesimo stop al processo scaturito dalle indagini su un sistema di controllo e regolamentazione dello spostamento delle merci in partenza e in arrivo alle aziende cinesi di mezza Europa, è arrivato ieri, lunedì 29 settembre, quando il perito del tribunale di Prato – una donna madrelingua cinese – incaricata di trascrivere tutte le telefonate dei suoi connazionali, non si è presentata in aula. Motivo? Un viaggio in Cina con biglietto di ritorno a febbraio 2026. Per la verità, la donna prima di partire ha depositato la perizia che però il pubblico ministero antimafia, Lorenzo Gestri (nella foto), ha chiesto di dichiarare inutilizzabile a causa delle tante, troppe carenze e imprecisioni: telefonate trascritte senza riportare giorno e orario, senza riportare i nomi degli interlocutori, con errori tecnici di rilievo e, come se non bastasse, con una serie di chiamate e di passaggi omessi perché ritenuti – a giudizio del perito – “non utili” e “non rilevanti”. Per Gestri, che ha pesantemente censurato la libertà che il perito si è preso di giudicare cosa inserire nella perizia e cosa invece scartare, è stato gioco facile chiedere e ottenere dal collegio giudicante, presieduto dal giudice Cavedoni, non solo la dichiarazione di inutilizzabilità (il perito non riscuoterà un soldo per quanto svolto) ma anche la revoca dell’incarico. La folta schiera di avvocati difensori si è arresa all’evidenza. Tutto rimandato a novembre quando si dovrà affidare nuovamente l’incarico. Un incarico passato da diversi intoppi fino a ora: prima del perito che nemmeno si è presentata in udienza, ce n’era un altro che non ha portato a termine l’incarico facendo passare altri mesi preziosi. E di mesi ne passeranno ancora: non sarà facile individuare una nuova figura e se anche si arrivasse subito ad affidare il compito delle trascrizioni, ci vorranno minimo tre mesi per avere la perizia. E senza perizia e senza portare in aula il perito, non si può cominciare a far sfilare i primi testimoni. Di inciampi il processo China Truck ne ha attraversati tanti: clamoroso quello dei cinquantasei faldoni persi (e poi recuperati) nel tragitto tra la procura distrettuale antimafia di Firenze e il tribunale di Prato. In mezzo i difetti di notifica, i periti per le trascrizioni che non si trovano e quando si trovano non portano a termine il compito, le difficoltà e la lungaggine dell’appello dei tanti imputati e tutti con un avvocato di fiducia, quando non due. Domanda banale: ma questo processo si farà mai?
Di China Truck si è cominciato a parlare all’inizio del 2018 quando un maxiblitz portò all’arresto di 33 persone, alla denuncia di altre 60 e ad una raffica di perquisizioni. Fu quello l’approdo di una complessa indagine condotta dall’antimafia di Firenze e dalla Squadra mobile di Prato diretta, allora, da Francesco Nannucci. In manette anche Zhang Nai Zong, definito, nell’ordinanza di custodia cautelare, il “capo dei capi”. Il business dell’organizzazione smantellata era quello della logistica e delle spedizioni. Un sistema con sede a Prato e a Roma e con ramificazioni anche fuori dai confini italiani e con un contorno di numerosi traffici illeciti: gioco d’azzardo, sfruttamento della prostituzione, droga, estorsione, usura.
E mentre non si sa quando e se un giorno il processo entrerà in moto, il mondo cinese del trasporto e della logistica è di nuovo finito sotto i riflettori: oggi si parla di ‘guerra delle grucce’ con attentati incendiari, spedizioni punitive, tentati omicidi, minacce. Tra gli imprenditori duramente colpiti figura Zhang Di, figlio di Nai Zong. Padre e figlio legati da uno stretto rapporto a Zhang Dayong detto Asheng, uno degli imputati principali del processo China Truck, ucciso la scorsa estate alla periferia di Roma (uccisa anche la compagna). Si è fatto presto a collegare l’omicidio alle nuove dinamiche criminali in corso nella comunità cinese di Prato e non solo di Prato.
Dinamiche fatte di agguati e vendette che un giorno forse arriveranno in un’aula di giustizia e un giorno forse – molto forse – anche a sentenza. (nadia tarantino)
Riproduzione vietata