Sono accusati di aver sfruttato almeno una decina di lavoratori, sia cinesi sia provenienti dai paesi africani. Turni di 13 ore al giorno che potevano arrivare anche a 16, sette giorni su sette con brevissime pause e retribuzioni al di sotto della soglia minima prevista dai contratti nazionali di lavoro. Per questo motivo la procura di Prato ha richiesto e ottenuto dal gip misure cautelari nei confronti di un intero nucleo familiare di nazionalità cinese con le accuse di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Le misure riguardano un uomo di 53 anni, messo ai domiciliari con braccialetto elettronico, la moglie di 51 anni, il figlio di 29 e la nuora trentenne. Per questi ultimi tre è stato disposto il divieto di dimora a Prato e l’interdizione per 12 mesi dallo svolgimento di attività di impresa. Il 53enne, secondo quanto ricostruito dalla procura, era il titolare occulto di due ditte e di una società, tutte intestate a prestanome ma con la sede nel medesimo sito produttivo, in via Galcianese.
Le indagini sono state svolte dal Nucleo antisfruttamento dell’Asl (di recente rinforzato), dalla guardia di finanza e dalla polizia locale. Secondo quanto accertato, le ditte avevano numerosi committenti, tra i quali anche Piazza Italia, recentemente messa in amministrazione giudiziaria proprio per aver esternalizzato la produzione presso aziende che operavano lo sfruttamento sistematico dei propri dipendenti.
Come viene spiegato in una nota dal procuratore Luca Tescaroli, l’azione della procura si sta svolgendo su più livelli per bonificare la filiera della moda agendo da una parte sull’imprenditore radicato nel territorio pratese e che applica lo sfruttamento lavorativo, dall’altra su chi si avvale dei vantaggi derivanti dalla produzione svolta con i sistemi illegali.
Nel corso delle indagini è stato anche scoperto un dormitorio, non lontano dalla sede delle ditte, dove i dipendenti erano alloggiati in precarie condizioni igienico-sanitarie.
“Lo scudo penale per le capofiliera committenti che il centrodestra aveva introdotto nel Ddl Pmi avrebbe messo a rischio questo tipo di strategie investigative. – le parole di Christian Di Sanzo, deputato Commissione Attività Produttive e segretario reggente Pd Prato- Gli articoli introdotti avrebbero infatti permesso ai grandi committenti di proteggersi dietro una certificazione volontaria di facciata, scaricando ogni responsabilità lungo la catena dei subappalti. Lo scorso dicembre, con le opposizioni, i sindacati e la società civile, abbiamo ottenuto alla Camera la cancellazione di quella norma approvata al Senato. L’operazione di oggi conferma quanto fosse necessaria quella battaglia. Le misure cautelari disposte dalla Procura di Prato confermano che la strategia giusta è una sola: non fermarsi al singolo laboratorio, ma indagare la filiera in tutte i suoi passaggi che traggono vantaggio da pratiche illegali. Lo sfruttamento non si ferma nel laboratorio, si alimenta lungo tutta la catena della committenza”.
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