Pratico di interventi elettronici di base ma sprovvisto di competenze specifiche per operazioni elettriche complesse e, dunque, non in grado di manomettere l’apparato elettrico di un orditoio fino a eliminare del tutto una protezione antinfortunistica. E’ questo, in estrema sintesi, il convincimento maturato nel giudice del tribunale di Prato, Iacopo Santinelli, nel corso della decina di udienze del processo a carico di Mario Cusimano, il tecnico manutentore difeso dall’avvocato Melissa Stefanacci, assolto dall’accusa di aver rimosso i presidi di sicurezza dell’orditoio che il 3 maggio 2021 agganciò e inghiottì Luana D’Orazio, operaia di 22 anni della ‘OrdituraA’. Omicidio colposo e rimozione dolosa delle cautele antinfortunistiche: queste le imputazioni, in concorso con i coniugi titolari della fabbrica di Oste, Luana Coppini e Daniele Faggi, entrambi condannati con il patteggiamento rispettivamente a due anni e a un anno e sei mesi (pena sospesa).
Nei giorni scorsi sono state depositate le motivazioni della sentenza: 32 pagine che ripercorrono tutto il processo, che analizzano, dichiarazione per dichiarazione, tutte le testimonianze e che, soprattutto, smorzano gli indizi spogliandoli degli aspetti necessari “per fondare un giudizio di ragionevole certezza in ordine al fatto che Cusimano abbia eseguito o partecipato a eseguire le condotte contestate”. Di più: nelle motivazioni, vengono individuate quattro figure, ciascuna collocata nelle ipotesi alternative, su cui si è concentrata l’attenzione degli investigatori chiamati a ricostruire l’infortunio mortale e tra queste almeno un paio sono risultate in possesso delle approfondite conoscenze in campo elettrico e delle capacità verosimilmente richieste per operare le manomissioni che di fatto hanno provocato la morte di Luana D’Orazio.
Insomma, non è bastato documentare il rapporto di lavoro assiduo tra Cusimano, meccanico esperto degli orditoi di marca Karl Mayer in uso nella fabbrica in cui è morta l’operaia, e l’azienda; non è bastato insistere sul ritrovamento, nella disponibilità del tecnico, di microinterruttori che poco hanno a che fare con la meccanica e molto con la parte elettrica ed elettronica per addossargli competenze particolari riconducibili alla manomissione; non è bastato mettere agli atti un messaggio whatsapp e una telefonata successive all’infortunio (Faggi scrive a Cusimano “mettiamo tutto il possibile a norma se no si chiude” e al telefono gli dice “Quando ci daranno la possibilità occorre ripristinare tutte le sicurezze sulle macchine”): “Il fatto, correttamente valorizzato dal pubblico ministero, che il Faggi abbia chiamato proprio il Cusimano al momento del sinistro e che non emergano contatti con altri professionisti né fatture attestanti interventi di tersi soggetti, risponde al vero – si legge nella sentenza – l’osservazione, tuttavia, non appare decisiva: è evidente che gli interventi, da chiunque siano stati compiuti, sono stati eseguiti al nero e la chiamata al Cusimano sul luogo del sinistro può essere spiegata ragionevolmente anche sulla sola base della sua qualità di manutentore e esperto dei macchinari, senza che debba necessariamente significare un suo coinvolgimento nelle attività delittuose in contestazione; lo stesso vale per il messaggio whatsapp”.
A radicare il convincimento che si è tradotto in assoluzione, anche le testimonianze dei colleghi di Luana che hanno parlato genericamente di interventi sui macchinari da parte di Cusimano senza però essere in grado di distinguere in modo preciso e netto tra intervento elettrico e meccanico.
Il processo a carico del manutentore ha poi cristallizzato ulteriormente dati che erano già emersi con chiarezza. Il primo riguarda il movente della manomissione del macchinario: “La massimizzazione del profitto”, scrive il giudice che colloca tale intervento di esclusione delle protezioni antinfortunistiche al 2018, quindi ad almeno tre anni prima della morte di Luana. Data pressoché certa: “E’ stata riscontrata la presenza di ragnatele tra le parti fisse e mobili della saracinesca, indice chiaro – si legge – che il riparo non veniva mai abbassato: tali ragnatele non possono formarsi se il riparo è abitualmente in movimento, e costituiscono un indicatore inequivoco della prolungata inattività del meccanismo di chiusura; inoltre è stata constatata la curvatura impressa a una delle catene di sollevamento della saracinesca: la catena, mantenuta a lungo nella stessa configurazione, vede il grasso lubrificante irrigidirsi, imprimendo in modo permanente la forma curva e tale fenomeno si verifica solo se il meccanismo non viene mai movimentato”.
Luana D’Orazio venne agganciata dall’orditoio a causa della saracinesca che era dunque alzata per effetto di una manomissione sul quadro elettrico che consentiva al macchinario di girare ugualmente. “L’analisi delle tracce presenti e delle lesioni consente di stimare che il corpo abbia compiuto almeno quattro, e verosimilmente cinque o sei rotazioni complete attorno al subbi, nell’arco di un tempo complessivo compreso tra sette e dieci secondi”. Il macchinario fu bloccato manualmente da un collega: “Escluso che l’arresto sia stato determinato da un sistema automatico di sicurezza o da un’anomalia del controllo elettronico”.
Che quei macchinari non erano sicuri per i lavoratori era noto: è emerso dal dibattimento, lo hanno detto più testimoni, lo hanno confermato i fatti ricostruiti dalla procura prima e dal processo poi. Chi ha manomesso il quadro elettrico del l’orditoio? chi ha fatto in modo che la macchina lavorasse anche in assenza dei dispositivi di sicurezza? La risposta non c’è. Per il giudice Santinelli non è stato Cusimano” che, infatti, è stato assolto per non aver commesso il fatto. (nadia tarantino)
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