Quasi seimila metri cubi di rifiuti, corrispondenti a più 11mila tonnellate, scaricati abusivamente su un terreno di 1.800 metri quadrati. Un quantità enorme di materiale edile, legno, plastica, metalli che nel tempo ha formato collinette alte anche sette metri. Uno scempio ambientale di vaste proporzioni quello scoperto ormai tre anni sul Monteferrato, nella parte che ricade sotto il comune di Montemurlo. Davanti al tribunale di Prato si è aperto il processo a carico dei soggetti ritenuti responsabili dello sversamento di rifiuti; si tratta di sei persone, tutte italiane: il gestore e l’affittuario del terreno, tre imprenditori edili e un operaio che avrebbe materialmente effettuato gli scarichi. Lungo l’elenco delle contestazioni mosse a vario titolo: discarica di rifiuti non autorizzata, deturpamento di bellezze naturali, realizzazione di opere edilizie abusive. Un ulteriore capo di imputazione riguarda la violazione del vincolo idraulico: “La realizzazione della discarica – spiega la procura in un comunicato – ha interessato l’impluvio del fosso di Strigliana, censito nel reticolo idrografico e di gestione regionale, alterandone stato e forma degli argini”.
Ci sono voluti tre anni non solo per portare gli imputati davanti al giudice ma anche per l’analisi sui rifiuti necessaria allo smaltimento e poi alla bonifica del terreno che è risultato di proprietà di una donna novantenne deceduta nel 2025. Alla misurazione della discarica abusiva e alla caratterizzazione dei rifiuti hanno lavorato i geologi dell’Arpat e il Nucleo investigativo di polizia ambientale agroalimentare e forestale di Prato (Nipaaf carabinieri).
Terre, rocce di scavo, laterizi, murature, piastrelle, ceramiche, rivestimenti, agglomerati cementizi anche armati e rifiuti di altro tipo sono stati sversati sul terreno che posto all’interno dell’Area naturale protetta di interesse locale del Monteferrato formando “una delle più grandi discariche mai trovate sul territorio pratese”, come scrive in una nota il procuratore, Luca Tescaroli. In pratica, il terreno posto in una zona ambientale vincolata e protetta era utilizzato come discarica dei materiali di risulta provenienti da lavorazioni edili.
Secondo le indagini, il terreno era gestito dal nipote della proprietaria su cui incombe l’onere del ripristino dei luoghi come da ordinanza emessa dal Comune di Montemurlo.
Il terreno, che corre lungo una discesa boschiva, dovrà essere riportato allo stato originario: un intervento massiccio che non si limita solo alla rimozione dei rifiuti ma anche alla verifica degli eventuali danni provocati in profondità.
“L’abbandono dei rifiuti costituisce uno dei molti problemi che affligge il territorio – ancora la nota della procura – e dovrà essere continuato l’impiego dei droni di ultima generazione per rendere più efficace la prevenzione e il contrasto al fenomeno. Oggi le risorse del Nipaaf dei carabinieri non sono non sono state incrementate ma si sono ridotte di una unità portando l’organico a tre persone: un tenente colonnello, un maresciallo e un appuntato. Si auspica una sensibilità istituzionale per adeguare la dotazione alle necessità”. (nadia tarantino)
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