A garantire e sostenere i quasi due mesi di latitanza di Jang Bobo, il pregiudicato spacciatore cinese di 38 anni protagonista di una rocambolesca evasione dagli uffici della questura di Prato a luglio dello scorso anno, sarebbero stati beni di lusso da vendere forniti da un connazionale. E’ quanto si ricava da una sentenza della Cassazione che nei giorni scorsi ha confermato il sequestro di orologi di lusso e borse griffate a un cinese di 27 anni indagato per favoreggiamento personale. Jang Bobo fu arrestato a inizio settembre in Spagna dove si era rifugiato dopo essersi preso gioco della polizia di Prato che lo aveva appena ammanettato. Le indagini, condotte dalla Squadra mobile coordinata dal procura Luca Tescaroli, individuarono nel connazionale la fonte di sostentamento della latitanza. Ma perché la vicenda è approdata in Cassazione? Perché il cinese ha contestato il sequestro degli orologi e delle borse in quanto non inseriti nel decreto della procura che era a caccia di apparecchi elettronici (telefonini, tablet, pc) per ricostruire eventuali collegamenti durante la latitanza. Secondo l’accusa, infatti, l’indagato sarebbe riuscito a far arrivare in Spagna, a Barcellona, beni di lusso da vendere per garantire il mantenimento di Jang Bobo. Il sequestro di orologi e borse, ritrovati nell’abitazione del presunto fiancheggiatore, pur non facendo parte dell’elenco del decreto della procura, è stato ritenuto legittimo dalla Corte suprema.
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