Residenze, contratti di lavoro, dichiarazioni di ospitalità e qualsiasi altro atto necessario a ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno. Un ‘documentificio’ in piena regola, in grado di sfornare qualsiasi ‘pezzo di carta’ senza problemi e in tempi rapidi. Il sodalizio fu scoperto e smantellato dalla polizia nel 2017 ma da allora non si è riusciti ad arrivare a sentenza. Non alla sentenza definitiva, a cui dopo otto anni è pure legittimo pensare, ma a quella di primo grado: il processo, davanti al tribunale di Prato, è finito ieri, giovedì 4 dicembre, con l”’assoluzione” per intervenuta prescrizione. ‘Assoluzione’ in blocco per 28 imputati, tutti cinesi e quasi tutti residenti a Prato, in via Leoncavallo 7, nell’appartamento messo a disposizione da una connazionale – anche lei imputata e anche lei assolta – attraverso false dichiarazioni di ospitalità.
Folta la schiera dei difensori: Paolo Tresca, Tiziano Veltri, Giuseppe Nicolosi, Stefano Lorenzetti solo per citarne alcuni.
Un’indagine complessa, durata a lungo per mettere insieme tutti i tasselli del puzzle e arrivare a capo del sistema di falsificazione dei documenti che – nell’ipotesi accusatoria – consentivano al richiedente di turno di apparire in possesso di tutti i requisiti per il rinnovo del permesso di soggiorno. Ad attirare l’attenzione della polizia fu quell’indirizzo troppo frequente: quasi sempre quello e quasi sempre la stessa cinese a firmare le dichiarazioni di ospitalità così da far figurare compiuto uno degli adempimenti necessari a poter presentare la richiesta del permesso di soggiorno.
Il processo è finito nelle pastoie burocratiche che, rinvio dopo rinvio, hanno portato alla prescrizione. Cambio di giudici, posizioni stralciate e poi riunite, difetti di notifica e, infine, il tempo per la sentenza è scaduto. (nadia tarantino)
Riproduzione vietata