Prato torna al centro di un’inchiesta nazionale sul traffico di droga e sulle attività illecite legate a una rete criminale cinese con ramificazioni in tutta Italia. È proprio dal territorio pratese, infatti, che — secondo quanto ricostruito dagli investigatori — partiva parte dell’approvvigionamento delle sostanze stupefacenti destinate al Nord-Est. Un elemento chiave emerso nell’operazione coordinata dalla Procura di Padova, che si è conclusa con 8 arresti e 24 denunce.
L’indagine, condotta dalla guardia di finanza di Padova insieme alla polizia locale, ha smantellato un’organizzazione dedita non solo allo spaccio di droga, ma anche al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, alla detenzione abusiva di armi e alla gestione di gioco d’azzardo illegale. Secondo quanto accertato, la banda si riforniva di stupefacenti anche a Prato, oltre che tramite pacchi postali provenienti dalla Spagna. La droga — tra cui shaboo (una metanfetamina diffusa soprattutto in Oriente), anfetamine, ecstasy, crack e marijuana — veniva poi distribuita nel Padovano e in altre province del Nord Italia, come Milano e Verona. Nel corso delle operazioni sono stati sequestrati circa 3 chilogrammi di sostanze stupefacenti, oltre a bilancini di precisione, materiale per il confezionamento, armi, munizioni, contanti e telefoni cellulari. Un ruolo centrale nell’attività del gruppo era svolto anche da una bisca clandestina nel centro di Padova, sequestrata dagli investigatori. Il locale rappresentava un punto di ritrovo per gli indagati, dove si svolgevano partite di poker e mahjong con puntate elevate. Le indagini erano partite da controlli sul territorio padovano che avevano fatto emergere movimenti sospetti tra alcuni cittadini cinesi attivi tra la stazione ferroviaria e vari quartieri cittadini. Da lì è stato sviluppato un articolato piano investigativo, con intercettazioni, pedinamenti e videoriprese, che ha permesso di ricostruire una rete attiva in diverse province italiane, tra cui appunto Prato.
Dagli accertamenti è inoltre emerso come alcuni degli indagati risultassero formalmente assunti in aziende padovane, ma in realtà fossero coinvolti stabilmente nelle attività illecite. Tra le accuse anche quella di aver favorito l’immigrazione clandestina attraverso falsi contratti di lavoro utilizzati per ottenere permessi di soggiorno.
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