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In meno di dieci anni avrebbero trasferito in Cina almeno 170 milioni di euro, frutto di attività illecita, grazie alle creazione di 24 imprese individuali "fantasma", nate con l'unico scopo di rastrellare gli ingenti proventi dell'evasione fiscale fatte da altre aziende cinesi in tutta Italia. Al centro delle indagini della guardia di finanza di Prato c'è un nucleo familiare di origine cinese, residente in città. I finanzieri hanno arrestato il presunto capo dell'organizzazione, in esecuzione dell'ordinanza di custodia cautelare emessa dal Tribunale di Prato che ha anche disposto nei suoi confronti il sequestro per equivalente di beni fino a 17 milioni di euro. Nell'inchiesta figura anche un cittadino italiano indagato per esercizio abusivo della professione di intermediario immobiliare.
Le indagini delle Fiamme Gialle pratesi sono partite anche da numerose segnalazioni di operazioni sospette ai fini antiriclaggio arrivate dalla Banca d'Italia. E' stato così individuato il sodalizio criminale.
Il meccanismo smascherato dall'inchiesta Pluto, così è stata chiamata, era semplice. Venivano aperte aziende fantasma che emettevano fatture fittizie per operazioni inesistenti, ricevendo così da altre aziende soldi che dovevano essere "ripuliti". Questi, poi, venivano trasferiti in Cina dopo aver trattenuto una percentuale per il lavoro di riciclaggio svolto.
Tutte le ditte fantasma avevano come sede locali fatiscienti e non avevano né dipendenti né attrezzature. Erano intestati a cittadini cinesi, vere e proprie "teste di legno" che ricevevano un compenso forfettario di 14mila euro in cambio dei documenti necessari ad aprire le aziende e i relativi conti correnti bancari.
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