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Banca illegale cinese: il filo rosso che lega Prato a Mestre nel segno di Keke Pan il “re di via Piave”


Nel 2013 all'uomo accusato dalla Dda di gestire l'organizzazione criminale fu confiscato un patrimonio di 20 milioni di euro tra appartamenti, negozi, uffici, società, auto, bar, centri massaggi. Scontata la condanna si era rimesso in affari


Nadia Tarantino


L’inchiesta sulla banca illegale cinese – sede centrale a Prato e succursali in mezza Europa – che ‘mescolava’ i soldi del narcotraffico delle organizzazioni criminali di Campania, Calabria e Puglia con quelli delle vendite di abbigliamento dei pronto moda di Prato, arriva oggi, venerdì 3 luglio, al tribunale del Riesame. La maggior parte dei 41 indagati finiti in carcere, ai domiciliari o sottoposti a obbligo di firma (cinesi, italiani, albanesi), ha presentato ricorso contro le misure cautelari chieste dai sostituti dell’antimafia di Firenze, Lorenzo Gestri e Lorenzo Boscagli, e recepite dal giudice per le indagini preliminari, Angelo Pezzuti.
Nell’elenco dei ricorsi al Riesame figura anche il nome di Keke Pan, detto Luca, 50 anni, personaggio di spicco con precedenti penali e anni di carcere sulle spalle per le sue ‘imprese’ a Mestre dove era noto come ‘il re di via Piave’; era lui – che si spacciava per avvocato con ufficio nel Macrolotto 1 – la testa dell’organizzazione che movimentava ingenti somme di denaro – fino a cento milioni l’anno – garantendo ai clan l’approvvigionamento di droga dall’estero e ai pronto moda l’incasso puntuale e celere delle partite di abbigliamento spedite a clienti sparsi in Europa. Un incrocio di soldi che, come hanno accertato gli investigatori (le indagini sono state condotte dallo Sco e dalla Squadra mobile di Prato), aveva come punto di transizione e transazione Prato, sede centrale della banca clandestina nelle cui casse confluivano continuamente montagne di contanti: quelli raccolti da collaboratori di Keke Pan presso la criminalità organizzata a fronte del pagamento dei carichi di droga, e quelli raccolti da altri collaboratori presso i clienti esteri dei pronto moda per il ricevimento della merce. Un sistema “fatto in casa” di compensazione tra crediti e debiti. Gli affari di una parte e dall’altra soddisfatti economicamente dalla banca che usava il denaro dei clan per saldare i pronto moda e, fuori Italia, quelli dei clienti dei pronto moda per saldare i trafficanti di droga. I vantaggi della triangolazione: riduzione del rischio per i grossi acquisti di droga con interessi anche di clan albanesi, assicurazione di incassi a nero per gli imprenditori del distretto pratese, percentuali per la banca. Banca che sarebbe cresciuta tantissimo e in poco tempo sia negli introiti che nel numero dei clienti, consentendo lauti guadagni a giudicare dalla supervilla, in provincia di Pistoia, dove Keke Pan abitava e dove è stato arrestato.
Le accuse mosse dalla procura antimafia a carico degli indagati (ai 41 destinatari di misura si aggiungono 16 denunciati a piede libero) vanno, a vario titolo, dall’associazione per delinquere di stampo mafioso al riciclaggio, dal traffico internazionale di stupefacenti all’immigrazione clandestina. In tutto 130 contestazioni a carico degli indagati, alcuni dei quali noti con nomignoli: ‘Caffè’, ‘Zio’, ‘Il vecchio’, ‘Il turco’, ‘Pisa’, ‘Bergamo’.
Tra i più stretti collaboratori di Keke Pan figura, secondo le risultanze investigative, Lorenzo Dei Meneghetti, narcotrafficante di Chioggia, catturato lo scorso gennaio in Colombia dopo una latitanza che durava dal 2023. Condannato a 9 anni, è in attesa di essere riportato in Italia e la procura antimafia di Firenze ha chiesto l’estensione dell’estradizione al procedimento relativo alla banca clandestina.
Keke Pan, dalla Cina all’Italia con furore. Non uno tra tanti, non uno qualsiasi. Caduto nella rete della giustizia con tutti i piedi nel 2013: 7 anni e 8 mesi di carcere e 74mila euro di multa per il giro di prostituzione impiantato a Mestre, in via Piave (da qui ‘il re di via Piave’). Un giro vorticoso di prostitute che mise nei guai anche la mamma e uno zio ma che, soprattutto, decretò la fine del suo ingentissimo patrimonio: 20 milioni di euro tra appartamenti, negozi, uffici, società, auto, bar, centri massaggi. Una vita da nababbo, stando alla ricostruzione che fecero allora gli investigatori. L’intero patrimonio venne confiscato e le proprietà in via Piave destinate ad uffici comunali fino al 2022 quando, in forza di un protocollo, tornarono nella disponibilità dell’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati. Per Keke Pan anche grane legate al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e al suo ruolo, per un certo periodo, di interprete che, però, traduceva gli interrogatori degli indagati connazionali a suo uso e consumo in modo da omettere il suo coinvolgimento.
Keke Pan era riuscito anche a Prato, dove ha trascorso l’ultimo scorcio di galera, a mettere insieme il necessario per i suoi affari: agganci, collaborazioni, intese, accordi e clienti. Tanti clienti, alcuni molto importanti come il clan Briganti attivo a Lecce, la ‘ndrina Fiarè-Razionale-Gasparro che opera in provincia di Vibo Valentia, il clan camorristico Aquino-Annunziata.
Ondata di arresti, Prato trema. Molti dei cinesi finiti nell’inchiesta ‘Easy money’ della Dda di Firenze sono da tempo inseriti nel contesto sociale ed economico cittadino. Uomini d’affari, faccendieri dalla vita agiata, intestatari di belle auto e belle case, padri di famiglia, gente con un sistema di relazioni radicato. Insomma, cinesi in vista, ritenuti da più parti affidabili e pienamente integrati. Altre indagini sono in corso. (nadia tarantino)

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