Keke Pan, il cinese di 50 anni accusato di gestire la banca clandestina con sede a Prato e succursali in mezza Europa e che faceva girare fino a cento milioni di euro l’anno al servizio di clan mafiosi e imprenditori cinesi, si è avvalso della facoltà di non rispondere; altri due connazionali (avvocato Tiziano Veltri), invece, hanno parlato e hanno confermato il meccanismo. Un meccanismo oliato che, secondo l’accusa, permetteva il trasferimento virtuale del denaro per il pagamento di droga oltre che di merce proveniente dai pronto moda. I due indagati hanno respinto la contestazione dell’aggravante mafiosa sottolineando di non sapere nulla del traffico di droga ma di essere solo a conoscenza del ‘nero’ derivante dagli affari legati ai capi di abbigliamento. Al via oggi, mercoledì 17 giugno, gli interrogatori di garanzia dei 41 finiti nell’inchiesta della Dda di Firenze (sostituti Lorenzo Gestri e Lorenzo Boscagli) denominata ‘Easy money’. Il giudice delle indagini preliminari del tribunale di Firenze, Antonio Pezzuti, ha programmato il resto degli interrogatori per i prossimi giorni quando deciderà anche sulle prime richieste di scarcerazione.
Diciassette in carcere, sedici ai domiciliari, otto con obbligo di firma: un’ondata di misure cautelari a cui si aggiungono altri sedici denunciati a piede libero; nell’elenco figurano trenta cinesi, tredici italiani, dodici albanesi, un turco e un venezuelano. Le accuse a vario titolo: associazione a delinquere con l’aggravante mafiosa e della transnazionalità, riciclaggio, traffico internazionale di stupefacenti, immigrazione clandestina. Centotrenta le contestazioni mosse dagli investigatori al termine di due anni di indagini serratissime condotte dalla Squadra mobile di Prato diretta da Andrea Belelli. Oltre sessanta i milioni di euro sottoposti a sequestro.
Le prime ammissioni, dopo gli interrogatori di garanzia di oggi, sono dunque arrivate: la banca esisteva e muoveva una valanga di soldi attraverso il sistema che nel mondo islamico viene detto ‘hawala’ e in quello cinese ‘chop shop’, una sorta di ‘carta di pagamento’ di Datini in chiave ultramoderna, in grado di commerciare enormi somme di denaro senza spostarle materialmente.
Una banca con infinite provviste di denaro di cui però, gli indagati che hanno risposto alle domande del giudice, non hanno saputo indicare la provenienza, o meglio hanno escluso di conoscere i giri di droga.
Un sistema messo in piedi dal principale indagato mentre stava scontando una condanna nel carcere di Prato. Un periodo messo a frutto costruendo rapporti, prendendo contatti, allacciando relazioni nella città capitale dei cinesi in Italia, con migliaia di imprese che sfornano montagne di soldi a nero, interessate a restare invisibili al fisco, mimetizzate tra altrettante insegne e partite iva.
A differenza di tante inchieste con al centro fiumi di soldi, questa ha alzato il velo su qualcosa di più ‘alto’: una banca clandestina diventata punto di riferimento certo e affidabile di alcune famiglie della malavita organizzata: per la Sacra corona unita il clan Briganti di Lecce, per la ‘Ndrangheta la ‘ndrina Fiarè-Razionale-Gasparro di Vibo Valentia, per la Camorra il clan Aquino-Annunziata. Ma anche riferimento per i gruppi criminali albanesi attivi, al pari di quelli italiani, nel traffico internazionale di droga.
I tanti soldi liquidi nella disponibilità dei cinesi che – dice l’inchiesta – sono diventati strumento di integrazione con i gruppi criminali italiani e albanesi.
Clienti della banca i clan che trafficano droga, clienti gli imprenditori cinesi interessati a massimizzare il profitto senza lasciare nulla all’Erario.
Le indagini della Squadra mobile hanno portato alla luce anche il traffico di clandestini: cinesi fatti arrivare in Italia attraverso lunghi viaggi con tappe in Serbia, Ungheria e Slovenia prima di essere destinati a Prato, Torino e Somma Campagna (Verona). Per ciascun migrante un ritorno economico di 9.500 euro per l’organizzazione collegata alla banca. (nadia tarantino)
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