E’ proseguita oggi, martedì 22 luglio, l’istruttoria del processo per l’omicidio di Harpal Singh (nella foto), l’autotrasportatore indiano di 59 anni ucciso a coltellate il 9 febbraio 2024 in un parcheggio nella zona industriale di Seano (Carmignano). Nell’aula bunker di Firenze, davanti ai giudici della Corte d’assise, sono comparsi i due imputati: Muhammad Chand, 31 anni, e Muhammad Sufyan, 23, entrambi pachistani, collaboratori della vittima, accusati di omicidio volontario con l’aggravante dei futili motivi, difesi dagli avvocati Andrea Parlanti e Ivan Esposito. Sul banco dei testimoni, oggi, due investigatori che lavorarono alle indagini. Harpal Singh viveva con la famiglia a Gonzaga, in provincia di Mantova, e ogni settimana arrivava a Prato per fare il giro delle ditte cinesi, caricare la merce e gestire le spedizioni in tutta Europa. Quel 9 febbraio fece il suo solito giro per l’ultima volta. Il figlio, che lo aiutava ad organizzare il lavoro, si preoccupò quando, ormai già buio, non aveva ricevuto notizie dal padre che non rispondeva nemmeno al telefono. Qualche ora dopo, la terribile notizia: il corpo senza vita di Harpal Singh trovato in un parcheggio, in mezzo ai capannoni. Non mancava niente ad esclusione dell’incasso della giornata: 10mila euro.
Un omicidio risolto in tempi record dai carabinieri coordinati dal sostituto Laura Canovai: i due collaboratori furono fermati su un treno diretto a Torino con in tasca diverse banconote, alcune intrise di sangue. I soldi, insieme ad intercettazioni telefoniche, riscontri ed altri elementi, portarono i pachistani dritto in carcere. Agirono per una questione economica: è sempre stata questa la tesi dell’accusa.
E mentre il processo continua il suo corso, un’altra inchiesta è aperta sullo stesso fronte. Un’inchiesta parallela basata su un omicidio portato a termine su commissione, ordinato da chi avrebbe avuto tutto l’interesse a togliere di mezzo l’autotrasportare indiano e accaparrarsi la sua clientela e con quella una buona fetta di mercato in un settore particolarmente remunerativo. Ad avvalorare questa pista ci sarebbe un episodio avvenuto nel 2019 e riferito agli inquirenti: una forte intimidazione sulla vittima, forse per convincerla a lasciare campo libero.
Harpal Singh era molto conosciuto: aveva fondato il primo tempio Sikh in Italia e guidava la sua comunità come un solido punto di riferimento. Quella stessa comunità che oggi chiede giustizia e segue il processo passo passo per essere certa che venga scritta la verità su quanto successo.
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