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Ancora incendi ai danni dei cinesi che, sui loro social, lanciano l’allarme: “Siamo nel mirino, l’attacco arriva da fuori”. Il video dell’ultimo episodio


Quattro incendi in poche ore tra Tavola e San Giusto. Continuano le indagini coordinate dalla procura mentre nella comunità cresce la preoccupazione. Piromane solitario, scia di violenza pianificata o collegamenti con la cosiddetta 'guerra delle grucce'?


Nadia Tarantino
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Un uomo con indosso turbante e salwar kamiz, l’abito tradizionale di alcune popolazioni del sud-est asiatico, che a passo lento si avvicina ad un cumulo di sacchi stoccati fuori dalla fabbrica, appicca il fuoco e con calma se ne va in sella a quella che sembra una bicicletta. E’ la scena restituita da una telecamera di sorveglianza puntata sul piazzale di una storica fabbrica in via di Gello a San Giusto. Il video segna le 3.29 del 7 dicembre e il complesso industriale, da tempo occupato da aziende cinesi, dista meno di 300 metri da via Gestri dove nella stessa notte un incendio doloso davanti a un’officina gestita da un cinese ha danneggiato due veicoli. Il video è stato messo in rete da una cinese con il commento “accendere fuoco a Prato è diventata una normalità quotidiana”, parole che si spiegano con gli altri due incendi dolosi che, all’alba di sabato 6 dicembre, hanno distrutto tre veicoli (tutti di proprietari cinesi) in via Cantini e in via Pasquinelli, due strade a 200 metri l’una dall’altra nell’area dei pronto moda di Tavola.

Ce n’è abbastanza per due cose: un fascicolo di indagine sulle scrivanie della procura e la preoccupazione tra i cinesi che ritengono semplicistica l’equazione tra i roghi e gli scontri che da molto tempo ormai infestano la comunità. Come dire: “Non c’entriamo niente, noi siamo vittime, siamo sotto attacco”. Quindi? Il raid di un piromane solitario?

Il video dell’incendio in via di Gello esclude l’azione cinese e mostra l’atteggiamento insolito dello sconosciuto che agisce senza fretta, in un modo che sembra perfino improvvisato, da solo e senza preoccuparsi di chi potrebbe sentire, vedere o uscire da uno dei portoni che si affacciano sul piazzale. Un bersaglio casuale? Casuale come l’officina in via Gestri, come le auto in via Cantini, come il furgoncino in via Pasquinelli? O un disegno preciso e mirato? Saranno le indagini a dirlo. Non sarebbe la prima volta che i cinesi ingaggiano manovalanza straniera per i loro regolamenti di conti o semplici avvertimenti. Non erano cinesi i due uomini che si sono spacciati per agenti e hanno rapito, lo scorso 30 ottobre, un facoltoso orientale inserito nel giro del gioco d’azzardo online e liberato dietro il pagamento di un riscatto; non erano cinesi i due uomini (uno italiano e uno pakistano, entrambi arrestati) che il primo ottobre 2024 portarono una cassa da morto con sopra la foto di un imprenditore orientale davanti al Wall Art hotel e poi incendiarono la sua auto. Anche gli incendi dolosi in serie potrebbero essere stati commissionati? Di certo c’è che le acque all’interno della comunità cinese sono agitate. Molto agitate.     

Dalle sparatorie alle aggressioni a colpi di coltello e machete, dagli attentati incendiari con ordigni fatte esplodere a distanza con il telecomando ai pestaggi, dagli avvertimenti più o meno violenti e teatrali ai furti, dalle rapine ai sequestri di persona. E’ guerra.

L’escalation di violenza, e con la violenza di arroganza, è un dato di fatto che non può essere ignorato e tanto meno sottovalutato e il procuratore, Luca Tescaroli, insegna.

Cosa sta succedendo nella comunità straniera più numerosa e più ricca tra le cento e passa insediate a Prato? Intanto è in corso la ‘guerra delle grucce’ che altro non è che il sequel di ‘China truck’: sono i nomi delle imponenti inchieste della Dda di Firenze sul controllo del trasporto delle merci in Europa e della vendita di appendiabiti, mercati che muovono impressionanti quantità di denaro e che fanno gola a tanti. Accanto a questo c’è il mercato della droga sintetica, quello della prostituzione, del gioco d’azzardo, delle estorsioni. Una guerra tra bande che sono organizzate, determinate, pronte a tutto e che non perdono occasione per dimostrarlo.  

Nel 2018 ‘China truck’ portò a decine di arresti (durati poche settimane tra ricorsi e controricorsi) e a più di settanta denunce; nelle carte dell’inchiesta si parlava di mafia, ipotesi bocciata dopo le iniziative del plotone di avvocati, poi di nuovo introdotta grazie all’ostinato supplemento di indagini della Squadra mobile guidata allora da Francesco Nannucci. Un’aggravante che più volte, negli anni, è stata richiamata nelle inchieste che hanno riguardato i ‘cinesi di Prato’, ma che fino a oggi non ha mai retto, salvo smentite che potranno arrivare dal processo ‘China truck’ del pm antimafia Lorenzo Gestri, in corso da anni (e nessuno sa se un giorno arriverà a sentenza). Tra gli arrestati, a cui a vario titolo si contestavano anche altri illeciti (droga, usura, bische clandestine, contraffazione, prostituzione, traffico di immigrati, incendi dolosi) anche Zhang Naizhong, considerato un pezzo da novanta della comunità insediata in Italia e indicato nell’ordinanza di custodia cautelare ‘il capo dei capi’. Una guerra durante la quale non mancarono morti (almeno tre gli omicidi su cui si indagò), e che ad un certo punto finì con l’accordo tra le parti e la pace. Pace poi interrotta. Nella seconda guerra, quella delle grucce, è finito il figlio (anche lui nell’inchiesta ‘China truck’) di Zhang Naizongh:  riconducibili a lui, infatti, tre delle sei aziende pesantemente danneggiate da attentati incendiari andati in scena a Prato, a Seano e addirittura a Parigi e Madrid all’inizio del 2025. A qualcun altro è andata peggio: lo scorso 14 aprile, a Roma, nel quartiere del Pigneto, Zhang Dayong detto Asheng, 53 anni, a lungo fidatissimo collaboratore di Zhang Naizongh, è stato ucciso insieme alla moglie a colpi di pistola. Il sigillo di una feroce guerra in corso. (nadia tarantino)

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