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Storico ristorante chiude il bandone dopo 66 anni di attività: “Troppo difficile trovare personale, siamo stanchi e andiamo in pensione”


L'insegna del ristorante-rosticceria L'Antilope si spegnerà il 4 agosto. Il titolare: "Il primo Natale a casa io e mia moglie lo abbiamo fatto lo scorso anno. Trovare un cuoco? Non è facile"


Nadia Tarantino


Tra pochi giorni, il 4 agosto, dopo sessantasei anni di attività, chiude il ristorante-rosticceria L’Antilope, una delle più vecchie e longeve insegne di via Pistoiese e ormai una delle poche italiane rimaste. Una decisione sofferta ma inevitabile: “E’ un problema trovare un cuoco che rimpiazzi me e mia moglie – dice Stefano Masi – abbiamo pensato a lungo se continuare ancora qualche anno assieme a nostro figlio Lorenzo, ma poi ci siamo decisi. E’ un lavoro di grande sacrificio, una vita senza Natale e senza Capodanno, senza domenica e senza riposo. Una vita di lavoro con tante soddisfazioni, con grandi gratificazioni, ma stancante, molto stancante. Io ho sessanta anni, e a sessanta anni il fisico non tira più come a trenta. Mettiamo un punto”.
Il locale aprì nel 1958 con il nome ‘Girarrosto pratese’ : alimentari, rosticceria, tavola calda. “I miei genitori, Duilio e Onelia – racconta Masi – passavano le loro giornate in bottega. Diventarono ben presto famosi perché mio padre era uno dei pochi, se non l’unico, che negli anni Sessanta importava l’antilope africana e la serviva a tavola. Da qui l’attuale nome del locale che era un punto di riferimento per tanti, sempre aperto da mattina a sera senza sosta, tutti i giorni”.
Stefano Masi, ultimo di cinque figli, e la moglie, Alessandra Guasti, cominciano a lavorare nella cucina del ristorante nel 1982. Ristorante, pizzeria con forno a legna, rosticceria con girarrosto che – manco a dirlo – è rigorosamente a legna, profumi che invadono la strada, sapori che sono quelli di casa con la genuinità delle cose fatte a mano, delle bontà lavorate ogni giorno. “Una vita per la ristorazione – racconta Stefano Masi – io e mia moglie in cucina sempre, poi con noi è entrato in società nostro figlio Lorenzo che però si è dedicato alla sala e alla carta dei vini molto fornita e di grandissimo pregio. Le nostre specialità? Tante, ma la selvaggina è sempre stata la prima: caprioli, daini, cinghiali, cervi della caccia di selezione delle nostre zone”.
Il locale è stato completamente ristrutturato nel 2014 e ha cambiato volto: nuovo, più moderno, completamente rivisitato. Dentro, in cucina e a tavola, è però rimasto il gusto di sempre che ha negli anni – sessantasei – ha conquistato migliaia di clienti. “Il nostro problema? Mi creda: troppo lavoro – continua Masi – da non sapere come fare: le prenotazioni crescono continuamente così come le ordinazioni da asporto. Il primo Natale che io e mia moglie abbiamo passato a casa è stato quello del 2023. In due in cucina non era possibile accontentare tutti e così ci siamo decisi a prendere ferie. Per tirare un po’ il fiato abbiamo esteso la chiusura settimanale: non più solo il lunedì ma anche il martedì. Ma questo è un lavoro che richiede impegno e presenza e ci siamo accorti della difficoltà a mantenere il livello qualitativo che tradizionalmente ci ha sempre contraddistinto”.
La chiusura è stata comunicata ai dipendenti: “Ne abbiamo una decina tra contratti a tempo indeterminato e a chiamata – spiega il ristoratore – ci dispiace per loro e per i tanti clienti che ringraziamo per non averci mai fatto mancare il loro sostegno e la loro fiducia in questo lungo viaggio di lavoro, ma ora c’è bisogno di riposo”.
Prima di decidere per la chiusura, Stefano Masi, Alessandra Guasti e il figlio Lorenzo hanno cercato personale: “Mica è uno scherzo trovare un cuoco: quello ti dice che non vuole lavorare la domenica, quell’altro storce il naso se gli dici che il fine settimana il ristorante è aperto, le ore sono tante e le cose da fare di più. Un lavoro massacrante. Noi accendiamo le luci alle 8 la mattina e le spegniamo a mezzanotte quando va bene. E’ un grande sacrificio ma senza sacrifici si fa poco. Evidentemente i giovani preferiscono altre soluzioni e nei nostri colloqui spesso neppure siamo arrivati a parlare di soldi ma ci siamo fermati al fatto che qui si lavora il fine settimana e si lavora per le feste. Grazie a chi ci ha voluto bene”. (nt)

Edizioni locali: Prato

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(N° 4 del 14/02/2009)
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Capalle/Campi Bisenzio (FI)

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