“La rivoluzione nelle filiere della moda è urgente quanto semplice: introdurre una clausola sociale che stabilisca regole in quella che oggi è una giungla. Servono regole per la tutela del lavoro, servono regole per il rispetto dei contratti nazionali negli appalti e nei subappalti. Esattamente l’opposto di quello che intende fare il nostro Governo che ha annunciato un provvedimento che, nella realtà, si traduce nell’esonero dei brand dalle responsabilità delle condizioni di lavoro nelle imprese a cui affidano le commesse”. Così Luca Toscano, leader del sindacato autonomo Sudd Cobas, da anni impegnato in una battaglia contro lo sfruttamento del lavoro e l’affermazione della legalità nel distretto.
Da uno dei picchetti in corso per difendere gli operai, Sudd Cobas lancia l’allarme sulla direzione intrapresa dal Governo, direzione che ipotizza il rilascio di una sorta di certificazione ai gruppi della moda che dimostrano di aver adottato modelli di organizzazione e gestione per la prevenzione di reati come lo sfruttamento: “Il Governo pensa di istituzionalizzare il sistema delle certificazioni che si è già rivelato un fallimento perché ha generato lavoro nero, sfruttamento e caporalato – dice Luca Toscano – noi rispondiamo con i picchetti, con la lotta e con le mobilitazioni”.
“Clausola sociale” è la nuova parola d’ordine del sindacato: “Che vuole dire? vuol dire contratti di appalto, vuol dire regole dove non ci sono, vuol dire istituire quel meccanismo che è già presente in altri settori. Un brand sposta le sue commesse? Bene, con le commesse deve spostare anche i lavoratori”.
La manovra sul tavolo in queste ore a Roma con l’approvazione, da parte della commissione Industria del Senato, di un emendamento di FdI al disegno di legge sulla Piccola media impresa, ha suscitato altre critiche. L’onorevole Marco Furfaro del Pd dice che “è surreale e vergognoso quello che sta accadendo” e punta il dito contro il partito di Giorgia Meloni: “Il committente, con l’emendamento, potrà liberarsi da ogni responsabilità rispetto agli appalti e ai subappalti: in pratica potrà vendere un vestito a 500 euro anche se chi lo ha cucito è stato pagato due euro e mezzo l’ora. E’ un colpo di mano indegno che cancella anni di battaglie contro il lavoro nero e il caporalato e che toglie ogni tutela ai lavoratori”. A Furfaro replica Chiara La Porta di Fratelli d’Italia: “Gli emendamenti al disegno di legge sulle piccole e medie imprese, che le associazioni e le imprese di categoria, peraltro, aspettavano da decenni – dice -, affrontano il tema della legalità nella filiera della moda, prevedendo un innovativo sistema di certificazione della filiera stessa: in pratica, il controllo è a monte e non a valle. La certificazione dura un anno e sono previsti audit esterni, oltre a tutti gli altri requisiti per il mantenimento dello status di filiera certificata; sono introdotti strumenti che consentono la tracciabilità dei contratti e della lavorazioni dalla capofila fino ai sub fornitori, in modo tale da rafforzare la lotta in materia di tutela del lavoro. Se, dopo tutti i controlli previsti, un pezzo terminale viola la legge, si può tranquillamente escludere la responsabilità della capofila che invece rispetta tutti i criteri previsti dalla legge”.
Interviene anche la Cgil Prato Pistoia: “Si giustificano lavoro nero e sfruttamento – dice Daniele Gioffredi, segretario generale – il committente non sarà responsabile. Un colpo di spugna ingiustificato che impatta sulla realtà pratese. Facciamo appello al distretto e al sistema moda che investono in qualità di far sentire la propria voce”. (nadia tarantino)
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