Duecentosessantotto morti, venti feriti gravissimi. Case distrutte a decine, capannoni abbattuti, ponti crollati. Centinaia di alberi sradicati e altrettante carcasse di animali. Uno scenario di distruzione che ancora oggi, a quarant’anni di distanza, resta tra le tragedie italiane più grandi. Era il 19 luglio 1985 quando una enorme colata di fango inghiottì per sempre l’abitato di Stava, nella Val di Fiemme, in Trentino Alto Adige. Un disastro. Un’immane disastro. “Arrivammo lassù che era buio e solo alle prime luci dell’alba ci rendemmo conto della catastrofe e capimmo che non esisteva più nulla e che eravamo in mezzo ai morti”. E’ il ricordo di Mauro Pasquini, all’epoca in servizio alla Misericordia di Prato, tra i primi a partire insieme ad un’altra decina di colleghi e volontari dell’associazione. Braccia giovani e forti arrivate ad aiutare. Arrivate qualche ora dopo il mare di fango riversato a valle dal crollo di due discariche minerarie. Quasi ventimila i soccorritori: vigili del fuoco, militari, carabinieri, poliziotti, finanzieri, agenti municipali, medici e infermieri, volontari delle associazioni di soccorso, sommozzatori, gruppi cinofili. Montagne di fango da spalare alla ricerca di sopravvissuti (pochissimi) e di morti, alcuni affiorati addirittura settimane dopo.
“Quel giorno eravamo a Sasseta per il funerale di una giovane – ricorda Pasquini – e mentre eravamo fuori dalla chiesa il sacrestano venne a chiamarci e ci disse che al telefono c’era una persona che voleva parlare subito con qualcuno della Misericordia. Andai io a rispondere. Era la centrale che chiedeva l’immediato rientro dei furgoni funebri perché era successo un disastro in Trentino e bisognava partire subito. Rientrammo a Prato e giusto il tempo di caricare un po’ di materiale e ci mettemmo in viaggio. Verso Padova, lungo l’autostrada, trovammo la fila di mezzi di soccorso diretti in Val di Fiemme. Le notizie erano poche, non esistevano i mezzi di oggi. Non sapevamo praticamente nulla di quello che era successo. Arrivammo che era buio e nonostante i gruppi elettrogeni non ci rendemmo conto della distruzione totale. Solo la mattina ci trovammo davanti alla realtà”. I mezzi della Misericordia di Prato furono ritenuti tra quelli idonei a circolare: “Il nostro compito ero quello di recuperare cadaveri e parti di cadaveri – il racconto di Pasquini – le strade erano piene di fango, quasi tutte impraticabili. Vidi una Fiat 500 spiattellata sulla facciata di un albergo: sembrava un poster da lontano. Intorno a noi scorrevano fiumi di acqua e fango che trascinavano persone, animali, detriti, tronchi, macchine, motorini, biciclette, pezzi di muro, cassonetti e non so che altro. I morti che erano rimasti interi o quasi li portavamo all’ospedale per il riconoscimento, i pezzi che trovavamo qua e là li mettevamo nelle casse e li portavamo davanti alla chiesa che ci era stata indicata”.
La descrizione del villaggio di Stava in quelle ore è fuori ogni capacità di immaginazione: “Non c’era nulla – ricorda Mauro Pasquini – si faceva fatica a trovare un bicchiere d’acqua. Mi ricordo che con un altro collega fummo mandati in un posto dove stavano svuotando un bacino. Ci ritrovammo tutti e due su una specie di isolotto che si era formato con il deflusso dell’acqua. C’era da recuperare il corpo di una ragazza: dovevamo trasportarlo sull’altro lato per poi caricarlo su un cestello calato da un elicottero. Facemmo il tragitto con l’acqua alta quasi un metro e con i portafogli in bocca per salvare almeno i documenti”.
Erano giorni difficili, molto difficili. Tanto lavoro per salvare il salvabile. La solidarietà dei volontari della Misericordia di Prato come di tanti altri arrivati da tutta Italia tradotta in instancabile fatica, in ore senza sonno, in giornate intere senza cibo. “Dopo tre giorni – il racconto di Pasquini – non so da quale paesino vicino arrivò qualcosa da mangiare. Qualcuno ci portò un pollo arrosto che a tutti noi sembrò la cosa più buona che potessimo gustare. Molti di noi, però, non fecero in tempo ad assaggiare il primo pezzetto perché una pattuglia della finanza venne a chiederci se eravamo noi quelli che portavano i morti in chiesa e quando dicemmo che sì, eravamo proprio noi, tirarono fuori dalla bauliera della macchina un piede e ce lo consegnarono”.
Qualche settimana dopo, l’allora ministro Zamberletti, considerato il fondatore della Protezione civile così come la conosciamo oggi, ringraziò pubblicamente la macchina dei soccorsi e tutti i soccorritori che a qualsiasi titolo avevano lavorato: “Fu una bella soddisfazione per noi – conclude Pasquini – eravamo giovani e quella era una delle prime esperienze su una catastrofe”.
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