L’imprenditoria cinese dichiara guerra a Sudd Cobas e ai presidi che vengono definiti “blocchi illegali” che principalmente “causano perdite economiche significative”. Anni di picchetti, scioperi, proteste, manifestazioni e tavoli di confronto per affermare la legalità nelle aziende cinesi che si servono della manodopera pachistana, bengalese, cingalese, africana, hanno evidentemente ‘sfinito’ gli imprenditori che cercano ora di smuovere i piani alti, anzi altissimi. In queste ore sul social più usato dalla comunità cinese, WeChat, gira un lungo messaggio che altro non è che un “piano d’azione” il cui obiettivo è “uscire dall’impasse politica e sconfiggere il blocco illegale”.
“Quest’anno la lotta politica partita a Prato è feroce e noi imprenditori cinesi – si legge – siamo diventati bersagli e pedine nei loro giochi politici. E proprio per questo che un piccolo sindacato come Sudd Cobas osa agire in modo illegale: perché ha sostenitori potenti e l’indulgenza e lo sfruttamento dei politici”.
E’ chiaro che i cinesi stanno lamentando una scarsa tutela rispetto alle modalità di rivendicazione del sindacato autonomo. Che poi questa loro percezione sia terreno fertile di dibattito e discussione, è un’altra storia. Il fatto oggi è che gli imprenditori cinesi chiedono alla Cina di scendere in campo. Una richiesta organizzata, tanto che il piano prevede due fasi; la prima: “contattare immediatamente il Consolato per registrarsi e farlo dichiarando “siamo rappresentanti degli imprenditori cinesi di Prato che sono stati bloccati illegalmente, il nostro gruppo è numeroso e la situazione è urgente: fate sapere al Consolato della nostra presenza collettiva e della nostra determinazione”. Poi la “fase due”: “Mobilitare tutto il personale, segnalare alla polizia e raccogliere prove. Denunciare il blocco illegale, affermando chiaramente chi ha impedito di operare e ha causato perdite economiche significative. Obiettivo principale: ottenere e conservare la ricevuta di denuncia: questa è la nostra arma e la nostra prova”. Altro? Sì. “Fotografare la denunce della polizia – spiega ancora il piano d’azione – compilarle e inviarle al consolato generale di Firenze che è il nostro principale sostenitore: non può far rispettare direttamente la legge in Italia, ha bisogno di prove concrete per avviare procedimenti diplomatici formali e fare pressione sull’amministrazione locale di Prato. Una denuncia alla polizia è una denuncia, centro denunce costituiscono la prova inconfutabile di un incidente di massa. Più denunce inviamo al consolato, più forte e pesante sarà il consolato nel negoziare per nostro conto”.
Chiara la determinazione a sconfiggere i picchetti di Sudd Cobas che da anni, ogni giorno, tutti i santi giorni vanno in scena davanti alle aziende gestite dai cinesi e che sono talvolta anche sfociati in aggressioni, denunce, referti, inchieste giudiziarie.
“Abbandoniamo le illusioni – dice ancora il messaggio – uniamoci fino alla fine. Smettete di fantasticare che un avvocato o un individuo possa risolvere la questione privatamente: la storia dimostra che tali azioni spesso finiscono con compromessi. Smettete di guardare e aspettare, sperando che gli altri lavorino sodo mentre voi raccogliete i frutti. Ora il nostro destino non è determinato dai politici, non dai sindacati, ma dalle nostra mani e dalla nostra unità. Ogni denuncia che presentate alla polizia è un voto solenne per il nostro comune diritto alla sopravvivenza. Abbiamo trovato la strada, ora dobbiamo percorrerla insieme”. (nadia tarantino)
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