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Dal Burkina Faso a Mercatale di Vernio: la storia di don Vincent arriva sul New York Times


Il sacerdote, originario del Burkina Faso, da 15 anni è al servizio delle comunità della provincia di Prato. Il reportage del giornale americano racconta il suo impegno tra quattro parrocchie, il rapporto con i fedeli e la sua esperienza di sacerdote africano in Italia


Alessandra Agrati


La sua giornata è un continuo andare e venire tra chiese, Messe e visite ai parrocchiani. Don Vincent Souly percorre le strade della Val di Bisenzio a bordo della sua vecchia Fiat color argento, ormai 19 anni, per raggiungere le quattro parrocchie che segue. È questa la quotidianità del parroco di Mercatale di Vernio raccontata dal New York Times (da cui è ripresa la foto), che gli ha dedicato un lungo reportage. Il quotidiano americano ha trascorso un fine settimana insieme a don Vincent, raccontando la sua vita sacerdotale ma anche una realtà più ampia: quella delle comunità montane dove i sacerdoti sono sempre meno numerosi e un singolo parroco è chiamato a seguire più chiese. Don Vincent è nato in Burkina Faso, è cresciuto in Costa d’Avorio ed è stato ordinato sacerdote a 32 anni. Nel 2007, a 35 anni, ha ricevuto una borsa di studio del Vaticano per frequentare a Roma un master in diritto canonico. Arrivato in Italia parlando soltanto francese e mooré, nei primi tre mesi ha frequentato sette ore al giorno di lezioni di italiano. La borsa di studio copriva le tasse universitarie, ma non vitto e alloggio. Per questo iniziò a lavorare come viceparroco nel Nord Italia, per poi trasferirsi in una delle quattro parrocchie che oggi segue come sacerdote principale. Nel 2014 ha conseguito il dottorato e ha deciso di non tornare in Costa d’Avorio. Nel frattempo è diventato cittadino italiano. Quando arrivò nella zona di Vernio, i residenti, che da alcuni anni erano rimasti senza sacerdote, contribuirono ad arredare la canonica e gli comprarono anche un letto adatto alla sua corporatura. La sua presenza, però, non fu immediatamente scontata. La sindaca di Vernio Maria Lucarini, intervistata dal New York Times, racconta che “ha dovuto lavorare un po’ perché, dopotutto, questa è una comunità di montagna, non abituata a vedere, almeno all’inizio, molte persone di colore”.
Poi, aggiunge la sindaca, quando i residenti hanno conosciuto don Vincent e hanno visto quanto si impegnava per la comunità, “forse quella barriera iniziale legata al diverso colore della pelle è crollata”
Il problema principale, oggi, è il tempo. Don Vincent deve dividere le proprie giornate tra quattro comunità, oltre all’incarico di responsabile del diritto canonico per la diocesi. Durante il fine settimana raccontato dal giornale americano, il sacerdote celebra Messe in due paesi il sabato pomeriggio, poi la domenica mattina in altre tre chiese. Tre omelie diverse, preparate sul momento, prima di ripartire per le visite ai parrocchiani.
È durante una di queste visite che il reportage del New York Times entra maggiormente nella sua storia personale.
Il sacerdote entra nella camera dove il suo parrocchiano novantenne Carlo Martini è sdraiato in un letto d’ospedale, circondato dalle bombole di ossigeno. Don Vincent si china verso di lui e gli chiede come sta. La moglie dell’uomo, Renza Giagnoni, assiste alla scena e scherza: “Sembra di essere alle Nazioni Unite!” La battuta porta il sacerdote a riflettere sul modo in cui viene percepito dagli altri, nonostante sia ormai italiano. Don Vincent racconta al giornale di essere uno dei pochi volti neri nella provincia di Prato. In questi 15 anni ha costruito rapporti stretti con le comunità, prevalentemente italiane, ed è molto apprezzato dai parrocchiani. Ma, spiega, il fatto di avere un passaporto italiano non significa necessariamente essere considerato italiano.
“Da dove vengo noi diciamo: “Un pezzo di legno, per quanto tempo rimanga nell’acqua, non diventerà mai un coccodrillo, racconta- Sei accettato, fino a un certo punto. Ma c’è questa parte non detta, giusto? Rimani quello che sei”. A ricordargli questa distanza sono anche espressioni come «prete di colore», utilizzata talvolta dai parrocchiani.
Don Vincent preferisce che venga indicata la sua provenienza: “Quando dici: è un sacerdote africano, è già più elegante, è più colto. Significa che hai cercato di capire dove si trova l’Africa sulla carta geografica. Se dici: è della Costa d’Avorio”, è ancora meglio. Usare il colore è una scorciatoia”
Il New York Times inserisce la storia di don Vincent in un fenomeno più ampio. Mentre diminuisce il numero degli italiani che scelgono il sacerdozio, sono circa 1.130 i sacerdoti africani che prestano servizio nelle chiese italiane, circa il 4 per cento del clero, senza contare gli incarichi ecclesiastici più giovani.
Don Vincent rappresenta però un caso particolare: non è un lavoratore straniero chiamato a colmare una carenza di manodopera, ma un sacerdote che svolge il proprio servizio nel cuore di una delle istituzioni più radicate nella storia italiana.
Eppure racconta di aver incontrato anche atteggiamenti di superiorità legati alle sue origini. «C’è povertà materiale, e c’è povertà spirituale, intellettuale e culturale, ma spiegare questo in un posto come questo è difficile. Il fatto di avere l’elettricità, queste strade, lo sviluppo, la modernità: pensano che sia sufficiente per dire “sono migliore di te”
Nonostante il rapporto positivo con la comunità, don Vincent ammette anche di provare talvolta un senso di solitudine.
Quando è stato contattato dai giornalisti per il reportage, don Vincent è rimasto sorpreso. Non si aspettava che la sua esperienza e, soprattutto, quella delle parrocchie che segue in Val di Bisenzio potessero attirare l’attenzione di un giornale come il New York Times. Da sacerdote ha parlato di “un mistero della fede”. E, al di là della sorpresa, ha accolto con grande piacere l’interesse del giornale per una questione che considera importante: il problema delle vocazioni e la progressiva riduzione del numero dei sacerdoti, soprattutto nelle comunità più piccole e nelle aree interne.
La pubblicazione del reportage ha suscitato la soddisfazione della sindaca di Vernio Maria Lucarini, che con un post sulla pagina social del Comune ha ringraziato don Vincent “per il suo servizio, la sua disponibilità e il suo impegno” e il New York Times per aver scelto di raccontare la sua storia. Per la sindaca, quella di don Vincent è anche una storia che parla delle aree interne e del ruolo che i sacerdoti di origine straniera possono avere nelle comunità locali.
E attraverso la storia del sacerdote, conclude Lucarini, viene raccontata anche Vernio: “È importante che queste storie vengano raccontate perché parlano di comunità, di accoglienza, di impegno e di un territorio che, anche attraverso le persone che lo vivono e lo servono ogni giorno, continua ad avere molto da dire”.

Edizioni locali: Val di Bisenzio

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