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Crac Sasch, dopo dieci anni di processo una condanna. Prescrizione e assoluzione per tre imputati


Condannato per bancarotta Giacomo Cenni, figlio dell'ex sindaco di Prato che aveva già patteggiato nel 2016. Incredulità e stupore: "Ma come? anche il pm aveva chiesto l'assoluzione". L'inchiesta della procura di Prato risale al 2011 in seguito al fallimento dichiarato dal tribunale


Nadia Tarantino


Tutti assolti o prescritti e una condanna. Dopo un processo durato dieci anni, per il dissesto del colosso dell’abbigliamento Sasch è stato condannato Giacomo Cenni. Tre anni per bancarotta fraudolenta – l’unico capo di imputazione non ancora prescritto – al figlio dell’ex sindaco di Prato, Roberto, fuori dalla vicenda giudiziaria dal 2016 dopo il patteggiamento a due anni. Arrivato in aula un attimo dopo la lettura del dispositivo, Giacomo Cenni ha appreso la decisione dal suo avvocato, Manuele Ciappi, e non è riuscito a nascondere incredulità e stupore: “Ma come? anche il pm aveva chiesto l’assoluzione”. Diverso il destino degli altri imputati accusati a vario titolo di reati fiscali e societari: assolto per non aver commesso il fatto per uno dei reati tra quelli contestati Fabrizio Viscomi, membro del collegio sindacale, chiamato a rispondere di concorso in bancarotta (avvocati Luca Brachi e Gaetano Berni); non doversi procedere per prescrizione per gli amministratori Carlo Mencaroni (avvocati Alberto Rocca e Rachele Santini) e Antonio Campagna (avvocato Andrea Torri); estinzione dei reati per Annibale Viscomi che nel frattempo è morto. Così ha deciso il collegio giudicante del tribunale di Prato presieduto dal giudice Matteo Cavedoni (a latere Iacopo Santinelli e Francesco Saltarelli) che ha anche pronunciato un’altra serie di estinzioni per prescrizione per tutti gli imputati . La sentenza è stata letta nel primo pomeriggio di oggi, giovedì 12 dicembre, a quattordici anni esatti dagli avvisi di garanzia notificati dalla procura di Prato, convinta di manovre opache dietro il declino della Sasch.
Cala definitivamente il sipario sul marchio segnato dal fallimento nel 2011 dopo decenni di successo: 250 negozi in Italia e all’estero nel momento di massima espansione, pubblicità e riconoscibilità in tutto il mondo, sponsor principale di Miss Italia per una quindicina d’anni.
Roberto Cenni, come oggi il figlio, fu condannato soltanto per una delle due bancarotte contestate, quella della merce per 24 milioni spedita in Russia e al centro di due ricostruzioni opposte: spedita e mai pagata per le difese; spedita, pagata e il ricavato distratto secondo i giudici (l’altra bancarotta riguardava la distrazione dei 6 milioni e mezzo realizzati con la vendita dei marchi, denaro poi rintracciato).
Il caso Sasch esplose nel 2011 con una sfilza di indagati (alcuni prosciolti, altri condannati con riti alternativi, altri condannati e poi ammessi alla revocazione). All’epoca Roberto Cenni era quasi a metà del mandato amministrativo e si ritrovò in mezzo ad un terremoto giudiziario. Quando lasciò le redini al figlio per dedicarsi al lavoro di sindaco, il fatturato consolidato ammontava a 160 milioni, quello aggregato a 230, l’utile netto a 10 milioni. Poi i primi venti di crisi fino all’epilogo dell’inchiesta della procura che scavò in ognuna delle società che confluivano nelle due holding a capo del gruppo e cercò di sbrogliare la matassa. Il tentativo degli amministratori fu quello di recuperare la salute economica e finanziaria del colosso ma il concordato concesso dal tribunale venne revocato e, così, si aprì lo scenario del fallimento. E dopo quello, delle iscrizioni sul registro delle notizie di reato. (nt)

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