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Condannate per la strage del Teresa Moda e fuggite in Cina, le sorelle Lin volevano il risarcimento per ingiusta detenzione: la Cassazione dice no


Clamoroso risvolto per la vicenda che nel dicembre 2013 costò la vita a sette operai cinesi morti nella fabbrica dormitorio. Le due donne lamentavano di essere state mandate in carcere e non ai domiciliari


Nadia Tarantino


Se avessero vinto il ricorso in Cassazione avrebbero potuto – volendo – reclamare un risarcimento per ingiusta detenzione, quella che sono convinti di aver patito Lin You Lan e la sorella Lin You Li con il marito Hu Xiao Ping, finiti in carcere a marzo 2014 per il rogo della confezione Teresa Moda che, il primo dicembre 2013, provocò la morte di sette operai. A dodici anni dall’arresto e a quasi otto dalla condanna definitiva delle due sorelle a 8 anni e 8 mesi e a 6 anni e 10 mesi per incendio e omicidio colposo plurimo aggravato, omissione dolosa delle cautele antinfortunistiche e sfruttamento della manodopera clandestina (assolto in Appello e in Cassazione il terzo imputato), torna di attualità la tragedia di via Toscana.
I nomi delle sorelle non riemergono perché – come avevano promesso – hanno fatto rientro in Italia per scontare la condanna (delle due, così come dell’uomo, non si hanno più notizie dal 2018), ma perché dopo l’arresto lamentarono il fatto di essere rimaste in carcere 120 giorni pur avendo dimostrato da subito la disponibilità di un’abitazione a Prato e, dunque, la possibilità di usufruire dei domiciliari.
Nel carteggio emerso ora dopo tanti anni, i tre cinesi, attraverso gli avvocati, provarono a smontare le “esigenze cautelari” che all’epoca furono rappresentate dal sostituto Lorenzo Gestri (titolare dell’inchiesta) e recepite dal giudice delle indagini preliminari. In particolare, il riferimento era all’immobile abitato dalle sorelle e dal marito di una delle due come alternativa alla detenzione in carcere: “La misura dei domiciliari era stata ritenuta in astratto adeguata dal tribunale – la posizione dei tre – ma non applicata nell’erroneo presupposto della mancata dimostrazione della disponibilità del luogo dove darvi esecuzione, e della documentazione relativa al reddito del soggetto ospitante”.
Il ricorso è stato dichiarato inammissibile. Nelle carte si spiega che la misura cautelare è stata via via alleggerita fino alla revoca totale (l’arresto in carcere del 20  marzo 2014 è stato declassato a domiciliare il successivo 18 luglio, a obbligo di firma il 10 novembre 2014 fino alla liberazione il 6 luglio 2015) e che se il fine è la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, “tale volontà deve essere espressa personalmente o a mezzo del difensore munito di procura speciale”. Tradotto: se chiedete alla Cassazione il riconoscimento dell’ingiusta detenzione per ottenere il ‘pezzo di carta’ che giustifichi la richiesta di risarcimento, dovete, nel caso, farvi vive con almeno una procura speciale al vostro difensore e spiegare l’interesse alla decisione. Improbabile che ciò possa avvenire da parte di due persone – le sorelle condannate in via definitiva – che ottenuta la restituzione del passaporto poco prima del pronunciamento di terzo grado – sono rimpatriate lasciando in sospeso i conti con la giustizia italiana. (nadia tarantino)

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