Non solo un chiosco demolito, ma una storia che rischiava di andare perduta. Dopo la notizia dell’abbattimento in via Galcianese, in redazione è arrivata una lettera firmata da Enrico Davalli e Marco Morelli che restituisce profondità a quella vicenda, riportando al centro le vite che lì hanno trovato, almeno per un tratto, una possibilità di riscatto.
“Bello ricordare un luogo identitario nel momento della sua definitiva scomparsa – scrivono- ma ci si è limitati al ricordo di un luogo. Nessuna parola, invece, e nessuno accenno, alle persone che sono state l’anima di quel luogo”.
E sono proprio quelle persone a riemergere dalle righe della lettera. Il chiosco, raccontano, non era nato per caso: “Aperto da madre e figlia che cercavano e trovarono una rinascita e una nuova via”. Già allora, dunque, quel piccolo spazio lungo la strada portava con sé il segno di una ripartenza. Poi arrivò un’altra storia, ancora più fragile e per questo più potente. “Fu poi preso in gestione da un uomo – anch’egli in cerca di una nuova vita – assieme alla sua compagna”. Un uomo che veniva da lontano, da una condizione di marginalità: “era stato un clochard ed era una persona gentile, intelligente”, ricordano, capace di “regalare sagacia e allegria” a chi lo incontrava. Dentro quella figura convivevano fragilità e consapevolezza, ma soprattutto una tensione ostinata verso il futuro: “non aveva mai perso la fiducia in un possibile riscatto”. E il riscatto, davvero, a un certo punto arrivò: “Il riscatto arrivò poi con un posto di lavoro e con l’amore. La compagna, due figli, una famiglia”. Il chiosco diventò allora molto più di un’attività commerciale. Fu la prova concreta di una seconda possibilità: “Decise così di continuare a essere libero e di reinventarsi una vita e prese in gestione il chiosco”. Una scelta coraggiosa, forse più grande delle sue forze: “Forse un’impresa più grande di lui, con le sue fragilità”. La fine arrivò senza rumore: “L’avventura finì nel silenzio”. E quel silenzio è rimasto per anni, incarnato in quella struttura chiusa: “Il chiosco è rimasto vuoto per anni a ricordarlo. Nessuna traccia di lui, di lei, di quella nuova esistenza”. Oggi che la struttura non esiste più, resta il senso di quella esperienza. “Resta in noi il ricordo di storie di rinascita, il rimpianto di aiuti forse mancati”, scrivono Davalli e Morelli. tra le macerie, ciò che davvero resiste è il segno lasciato da chi, in quel luogo, ha provato a ricominciare “Un grazie a chi da quel luogo ha regalato sorrisi”.
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