“Siamo per l’accoglienza, ma serve un giusto equilibrio tra abitanti e richiedenti asilo, altrimenti la convivenza diventa difficile”. A dirlo sono alcuni dei residenti di Cerreto, frazione a nord di Prato che da anni ormai ospita Il Centro di accoglienza per stranieri (Cas) gestito dalla struttura di Opera 22. Già nel 2017, spiegano i residenti, era stata inviata una lettera al prefetto in cui si segnalava come la collocazione geografica del borgo non fosse ideale per una casa di accoglienza di questo tipo. A preoccupare gli abitanti sono soprattutto la condivisione di spazi e servizi progettati per una popolazione inferiore all’attuale, la presenza limitata di operatori e alcuni comportamenti degli ospiti, come schiamazzi notturni o norme igieniche non sempre rispettate. C’è poi anche il problema della localizzazione della struttura, non servita dai mezzi pubblici: “Cerreto è isolata – raccontano – e spesso i ragazzi scendono a piedi a Prato; capita che gli diamo un passaggio. La mancanza di operatori è evidente, soprattutto di notte”. Altro problema segnalato dai residenti riguarda l’acqua: “Ci approvvigioniamo da una fonte e, con l’aumento della popolazione, spesso non basta. Per questo chiediamo di ridurre il numero di persone accolte”.
Da parte di Opera 22, la presidente della Fondazione Santa Rita, Renza Sanesi, precisa che la struttura accoglie meno persone di quante autorizzate da Prefettura, Asl e vigili del fuoco. “I turni degli operatori seguono quanto stabilito dalla convenzione. La nostra struttura poi non è collegata alla fonte: ogni giorno paghiamo la fornitura d’acqua necessaria agli ospiti”.
Sulla questione è intervenuto Tommaso Cocci candidato FdI al Consiglio Regionale: “Il caso di Cerreto pone in evidenza quanto sia importante considerare con attenzione l’equilibrio tra accoglienza e caratteristiche del territorio. Quando un piccolo borgo si trova ad ospitare un numero di immigrati superiore a quello dei residenti, è naturale che possano emergere difficoltà di convivenza e adattamento. A Cerreto queste criticità si riflettono sia sul piano dei servizi – come l’approvvigionamento idrico, già messo alla prova – sia sulla possibilità per gli ospiti di integrarsi davvero, poiché la collocazione in campagna, priva di collegamenti, finisce per isolarli. Perché l’accoglienza sia sostenibile occorre un approccio che tenga conto della dimensione sociale, urbanistica e relazionale delle comunità, così da garantire inclusione e serenità a tutti”.
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