31.03.2018 h 10:12 commenti

Un anno dall'omicidio Lo Cascio: lo choc, l'arresto lampo e la condanna ma anche una città troppo indifferente

La sera del 30 marzo 2017 Leonardo Lo Cascio, portiere di notte di 38 anni, viene ucciso davanti al tribunale per una decina di euro. L'assassino, un trentenne, finisce in carcere nel giro di poche ore. Un mese fa la condanna all'ergastolo. Poca, fin dal primo giorno, la partecipazione della città. La sorella disse: "Ci sono morti di serie A, B e C. Mio fratello vittima dell'indifferenza". Oggi la mamma dice: "Il nostro è un dolore vissuto nella riservatezza"
Un anno dall'omicidio Lo Cascio: lo choc, l'arresto lampo e la condanna ma anche una città troppo indifferente
Ucciso per un foglio da dieci euro o poco più. Seguito, colpito alle spalle, rapinato e lasciato per terra in un lago di sangue. E' passato un anno dall'omicidio di Leonardo Lo Cascio, il portiere di notte di 38 anni che la sera del 30 marzo 2017 fu ammazzato davanti al Palazzo di giustizia di Prato mentre, a piedi, andava a prendere servizio all'Art hotel museo. Il suo assassino, Abdelghani Ammari, marocchino di 30 anni, ex operaio tessile, è in carcere, condannato all'ergastolo. Un anno esatto da quella tragica sera. Silenzio allora e silenzio ora. La mamma di Leonardo Lo Cascio vive nell'ombra un dolore insopportabile, e come lei i suoi figli. “Forse la città è venuta dietro al nostro comportamento che è stato di riservatezza” dice con la voce pacata che però lascia trasparire amarezza.

L'omicidio. E' appena sceso dall'autobus all'ultima fermata di via Ferrucci, a due passi da viale della Repubblica Leonardo Lo Cascio quando Abdelghani Ammari lo nota e lo segue. Qualche metro in direzione del parcheggio del tribunale che il portiere di notte costeggia lungo il marciapiede. E' qui che si consuma la tragedia: alle sue spalle il marocchino che punta lo zaino, sullo sfondo il traffico del primo dopocena. Lo Cascio viene colpito alla gola con un oggetto mai ritrovato. Respira ancora per non più di due minuti, dirà l'autpsia. Il marocchino se ne va subito ma torna per prendere le poche cose che la vittima teneva nello zaino e i soldi, una decina di euro, con cui va in una gelateria poco distante. E' lui stesso a chiamare i carabinieri e a dire che c'è un uomo a terra nel parcheggio del tribunale.

Le indagini. Le telecamere installate nella zona ricostruiscono i movimenti del portiere di notte che viene inquadrato nel tragitto breve che compie da quando scende dall'autobus a quando si imbatte nell'assassino. E anche l'assassino passa sotto le stesse telecamere. Un volto già conosciuto che mette i carabinieri, coordinati dal sostituto procuratore Egidio Celano, sulla pista giusta. Gli altri accertamenti, gli ulteriori riscontri, gli indumenti sporchi di sangue ritrovati nelle vicinanze del luogo in cui è avvenuto l'omicidio e le intercettazioni telefoniche fanno il resto. Ammari viene arrestato nel giro di 48 ore. Poche ore durante le quali ha già progettato di lasciare l'Italia. I carabinieri lo fermano all'aeroporto di Bologna mentre sta per imbarcarsi su un volo diretto in Marocco. Confessa quasi subito ma butta discredito sulla vittima per alleggerire la propria posizione. Agli investigatori inventa un debito per droga mai saldato da Lo Cascio, inventa un incontro combinato tra spacciatori, inventa un ennesimo appuntamento per la vendita di stupefacente. Nessuno gli crede: non ci sono macchie nella vita del portiere di notte, gli esami tossicologici e il test sul capello confermano l'assoluta estraneità dell'uomo all'uso di droghe. “Folle aggressione grauita”, con queste parole il procuratore Nicolosi dichiara chiusa l'inchiesta.

Il processo. Ammari, difeso dagli avvocati Luca Ancona e Gabriele Terranova, confessa e sceglie il rito abbreviato. Tra la Corte d'Assise e il tribunale di Prato viene deciso che è quest'ultimo a dover procedere. La famiglia della vittima, assistita dagli avvocati Eugenio Zaffina, Alessandro Oliva e Giulia Marini, si costituisce parte civile. Poche udienze e il 21 febbraio il giudice delle udienze preliminari Francesco Pallini legge la sentenza che recepisce la richiesta del pm: ergastolo per omicidio volontario pluriaggravato.

La reazione. Forte lo sdegno dei fratelli e degli amici di Lo Cascio che sottolineano la mancanza di partecipazione collettiva ad un fatto così tragico, ad un lutto che poteva toccare a chiunque. L'8 aprile, due giorni dopo il funerale dove le istituzioni sono state le grandi assenti, è la sorella a chiudere in uno scritto il suo sfogo: “Leonardo è stato una vittima perché qualcuno ha chiuso gli occhi e le orecchie quando veniva chiamato per intervenire in quella zona che varie volte è stata segnalata a rischio di spaccio ed altro. Pensare al fatto che in 3 minuti una bestia vestita da umano può ucciderti, aumenta la mia paura. E tutti dobbiamo riflettere su questo e dobbiamo pretendere una città più sicura”.
Il 13 maggio il fratello di Leonardo Lo Cascio, insieme ad amici e conoscenti, partecipa in piazza del Comune alla manifestazione “Microfono aperto per i cittadini, fai sentire la tua voce”. Obiettivo: chiedere più sicurezza per evitare un nuovo caso Lo Cascio”. La risposta della città è tiepida. Al centro della piazza campeggia uno striscione: “Immigrazione e criminalità hanno ucciso la città”.
La mamma di Leonardo Lo Cascio lancia l'idea di un'associazione intitolata al figlio per promuovere difesa e sicurezza. “Io e la mia famiglia viviamo questo dolore con grande riservatezza – dice oggi – abbiamo organizzato un momento molto intimo per il primo anniversario della morte di Leonardo. Anche dopo il processo ho ricevuto telefonate di solidarietà e vicinanza, ma niente clamore. Credo che la città sia venuta dietro al nostro comportamento. Voglio ringraziare chiunque abbia avuto una parola o un gesto per noi, e voglio ringraziare gli avvocati che ci sono stati accanto sempre”. Il dolore composto e dignitoso di una mamma a cui è stato strappato un pezzo di cuore.
nadia tarantino


 
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Data della notizia:  31.03.2018 h 10:12

 
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