01.04.2017 h 16:25 commenti

Tragedia sottopasso di via Ciulli, le motivazioni della condanna: "Sapevano che era rischioso e non hanno fatto niente"

In 72 pagine le motivazioni che hanno portato alla condanna del direttore dei lavori del sottopasso e dell'ex dirigente del servizio Mobilità del Comune di Prato. La notte del 5 ottobre 2010 nel sottopasso allagato morirono tre donne. “Frasconi e Caldini erano certamente a conoscenza dello stato dei luoghi in cui doveva realizzarsi ed era stata realizzata l'infrastruttura"
Tragedia sottopasso di via Ciulli, le motivazioni della condanna: "Sapevano che era rischioso e non hanno fatto niente"
Il sottopasso di via Ciulli fu costruito da Ferrovie dello Stato "senza un progetto esecutivo per lo spostamento del torrente Vella" e "senza una valutazione del rischio idraulico". Un sottopasso segnato da quattro allagamenti nei suoi primi diciassette anni di vita a fronte dei quali però il Comune "non si attivava per compiere le opere necessarie per la messa in sicurezza". Sono alcuni dei passaggi più significativi della sentenza che ha condannato il direttore dei lavori del sottopasso Stefano Caldini (difeso dall'avvocato Feynes) e l'ex dirigente del servizio Mobilità del Comune di Prato Lorenzo Frasconi (avvocato Nati) rispettivamente a un anno e otto mesi e a due anni di reclusione per la morte delle tre donne cinesi che la notte del 5 ottobre 2010 rimasero intrappolate con la loro auto nel sottopasso allagato da quattro metri di acqua e melma. Le donne morirono per "asfissia da annegamento": dopo aver abbandonato la macchina non riuscirono a mettersi in salvo, al contrario dell'uomo che viaggiava su un'altra auto.
In settantadue pagine le motivazioni che lo scorso 15 dicembre hanno portato il giudice Luca D'Addario a ritenere colpevoli di omicidio colposo plurimo i due imputati e, così facendo, ad accogliere la tesi sostenuta dal sostituto procuratore Lorenzo Gestri (leggi).
Uno dietro l'altro, i difetti del sottopasso finito di costruire nel 1993 in seguito alla pianificazione di una maggiore sicurezza dei centri urbani da parte di Ferrovie dello Stato attraverso l'eliminazione dei passaggi a livello considerati pericolosi. Via Ciulli finì in questo elenco. La convenzione tra Ferrovie e Comune prevedeva che fosse il primo ente a "richiedere tutte le autorizzazioni necessarie per la realizzazione dell'opera, in particolare ai fini idraulici”. Obbligo non rispettato secondo quanto ha dimostrato il processo: l'autorizzazione per lo spostamento del Vella - intervento necessario per costruire l'infrastruttura - non fu mai chiesta al Genio Civile. E mentre il direttore dei lavori Caldini mandava avanti e concludeva la realizzazione del sottopasso e Frasconi prendeva in consegna l'opera, "nessuno dei due verificava la regolarità dell'infrastruttura in relazione alla mancata richiesta di autorizzazione al Genio civile". In seconda battuta, a Frasconi viene rimproverato il mancato intervento dopo gli allagamenti del 1996, 1998 e 2000, a cui si aggiungono quello del 2010 che provocò la morte delle tre donne e un altro nel 2013. Questo il convincimento del giudice che scrive a proposito delle inondazioni: "Tale circostanza, consente di evidenziare la natura non eccezionale degli episodi di allagamento i quali, viceversa, si ripetevano nell'arco di venti anni con cadenza, in media, quadriennale". Il giudice condivide il giudizio del consulente nominato dal pubblico ministero per il quale l'allagamento non poteva essere considerato "un fatto eccezionale e imprevedibile".
Da una parte dunque l'errore e le carenze nella progettazione, dall'altra l'errore e le carenze nella gestione della sicurezza del sottopasso con un torrente che scorre ad appena 50 metri e che riceve anche lo scarico delle fognature.
La notte del 5 ottobre 2010 l'acqua proveniente del Vella e dalla rete fognaria andata in crisi, riempì completamente il sottopasso in circa otto minuti. Una vera e propria cassa di espansione, questo diventò l'infrastruttura: il punto di sfogo dell'acqua, una trappola mortale per le tre donne rimaste imprigionate nel buio limaccioso che fu impossibile illuminare anche con le torce dei vigili del fuoco. “Non un evento eccezionale – scrive il giudice rifacendosi al consulente della procura – ma un evento progettuale”. E ancora: “Frasconi e Caldini erano certamente a conoscenza dello stato dei luoghi in cui doveva realizzarsi ed era stato realizzato il sottopasso di via Ciulli”.
"In relazione a Frasconi - si legge nella motivazione - deve evidenziarsi come lo stesso per tutto il periodo di vita del sottopasso sia rimasto dirigente responsabile delle infrastrutture viarie e dell'ambiente e dunque, nel corso di tale lungo periodo, abbia assistito anche al verificarsi di tutti gli allagamenti in conseguenza di eventi climatici particolarmente sfavorevoli. Lo stesso Frasconi assommava su di sé anche l'ulteriore ruolo di responsabile della Protezione civile, funzione, questa, che lo aveva certamente reso edotto degli allagamenti. Ebbene, a fronte dei ripetuti episodi, Frasconi, che pure aveva preso in consegna l'opera seguendo quasi passo passo la sua evoluzione, non si attivava per compiere le opere di messa in sicurezza pur avendone il dovere, le competenze e i poteri necessari, nonché la consapevolezza del rischio idraulico". Quanto a Caldini, il giudice scrive: "In qualità di responsabile dell'esecuzione del sottopasso, risultava destinatario di una norma cautelare specifica, quella che gli avrebbe imposto di realizzare l'opera dotandola di tutte le autorizzazioni amministrative previste per legge tra cui il nulla osta del Genio civile per intervenire sul torrente Vella". 
nt
 
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Data della notizia:  01.04.2017 h 16:25

 
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