15.12.2014 h 17:50 commenti

Rogo via Toscana, tocca alla difesa dei cinesi: "Imputati non consapevoli, l'ipocrisia di molti pratesi"

Gli avvocati Gabriele Zanobini e Giancarlo Geri hanno cercato di smontare la tesi dell'accusa: "Non stiamo parlando di imprenditori capaci e consapevoli, Lin You Lan è una ex contadina della Zhejiang che ha impiantato un'attività affidandosi a professionisti che invece sapevano e hanno fatto finta di niente. A Prato ha regnato una grande ipocrisia"
Rogo via Toscana, tocca alla difesa dei cinesi: "Imputati non consapevoli, l'ipocrisia di molti pratesi"
“Il sistema Prato non è fatto soltanto dei cinesi. Del reticolo malato di cui ha parlato il pubblico ministero fanno parte anche professionisti italiani. Lo voglio dire: regnava a Prato una bella, una grandiosa ipocrisia e i pratesi, senza generalizzare, ad un certo punto hanno smesso di occuparsi di tessile e si sono messi a fare gli immobiliaristi affittando capannoni ai cinesi”. Al processo con rito abbreviato contro i tre cinesi ritenuti gestori della confezione Teresa Moda, distrutta dall'incendio che il primo dicembre dello scorso anno costò la vita a sette operai, è stato il giorno della difesa. L'avvocato Gabriele Zanobini, legale di Lin You Lan, imputata principale per la quale il pubblico ministero Lorenzo Gestri ha chiesto una condanna a 10 anni e 8 mesi, ha preferito – come era facilmente intuibile – la sciabola al fioretto. E al sistema Prato e a chi lo ha alimentato traendone profitto, ha riservato giudizi durissimi. Al termine di un'arringa andata avanti per diverse ore, ha chiesto l'assoluzione solo per l'omissione dolosa di cautele antinfortunistiche; per gli altri reati – incendio colposo aggravato, omicidio colposo plurimo aggravato, sfruttamento della manodopera clandestina – ha chiesto al giudice di valutare con attenzione la pena. L'avvocato Giancarlo Geri, difensore degli altri due imputati, i coniugi Lin Youli e Hu Xiaoping (per loro il pm ha chiesto otto anni di reclusione), ha chiesto l'assoluzione con formula piena.

Sistema di lavoro alla cinese. La difesa ha cercato di smontare la tesi dell'accusa secondo la quale gli imputati sapevano di operare fuori da ogni regola e norma ma questo faceva parte dell'obiettivo di fare impresa a ogni costo. “Qui parliamo di cinesi che hanno sempre vissuto nella loro comunità chiusa, che non si sono mai integrati e che per lavorare – ha detto Zanobini – si sono affidati a professionisti, consulenti, tecnici italiani che mai hanno detto che in quel modo non andava bene e non si poteva fare. Se in questo processo ci fosse anche una sola carta o un solo elemento a dimostrare il contrario, mi zittirei subito”. Insomma, la confezione Teresa Moda operava in quel contesto fatto di illegalità perché “chi sapeva non è intervenuto”. A lungo l'avvocato Zanobini ha insistito su questo aspetto, rifiutando categoricamente il parallelo tra Lin You Lan e “l'ingegnere svizzero dirigente della ThyssenKrupp”. “Questo paragonare i due casi – ha spiegato – può andar bene da un punto di vista tecnico e giuridico, ma non vorrei che si equivocasse sul resto perché la mia assistita è una ex contadina dello Zhejiang che conduceva un'azienda che per struttura, dimensioni, capacità e organizzazione non ha nulla a che vedere con quella della tragedia di Torino”.

Il reticolo malato. L'avvocato Zanobini si è rifatto alle parole usate dal pm Gestri nella sua requisitoria. “Le casette (così le chiama, ndr) le hanno viste in tanti: tecnici pubblici e privati, gli stessi proprietari come ha circostanziato Lin You Lan, e nessuno ha detto nulla. Ha ragione il pubblico ministero quando parla di sistema Prato, di caso tristemente paradigmatico, di reticolo malato. Prendiamo i tecnici della municipalizzata che sono andati a misurare il capannone: se da un lato paradossalmente costituiscono la prova della presenza dei soppalchi, dall'altro lascia increduli il fatto che abbiano potuto calcolare per l'attribuzione della tariffa dei rifiuti strutture palesemente illecite senza preoccuparsi di fare segnalazioni. Lo stesso gip nell'ordinanza di custodia cautelare, scrive che i proprietari sapevano della presenza dei dormitori e che quella situazione è 'patrimonio comune dei cittadini pratesi'”.

Niente a norma, niente. Lungo, lunghissimo l'elenco delle carenze del capannone di via Toscana. L'avvocato Zanobini prova a metterle in fila: dall'impianto elettrico e all'uscita di sicurezza, dall'illuminazione d'emergenza all'impianto idraulico solo per citarne alcune. “Il capannone era così e così è stato preso in affitto e utilizzato. Si vorrebbe attribuire a Lin You Lan la conoscenza e la consapevolezza di quello che non andava bene? Lei non ha mai lavorato in un'azienda italiana e dunque non ha mai imparato come funziona da noi. Ha costruito le casette ma lo ha fatto secondo la cultura dell'impresa cinese. Cosa dobbiamo dire allora dei Pellegrini (Giacomo e Massimo, proprietari del capannone attraverso l'immobiliare Mgf, imputati nel processo parallelo che si svolge con rito immediato, ndr) che da italiani le norme le conoscono e le conoscevano? sapevano, hanno visto le casette, le hanno apprezzate e nulla di più hanno detto alla mia assistita”. A provocare l'incendio è stato il malfunzionamento dell'impianto elettrico: “E chi lo ha fatto quell'impianto? – ha chiesto l'avvocato – certo non la mia assistita”.

Sensibilità non cinismo. Lin You Lan si è attivata per aiutare le famiglie delle vittime – continua Zanobini – oltre al risarcimento pattuito in Cina, offre loro settecento euro al mese a titolo di sostentamento e mette a disposizione il capannone di via Val d'Aosta e lo offre come alloggio temporaneo, poi si attiva per trovare una sistemazione più comoda, una casa o un affittacamere. Chiede solo che i suoi connazionali rimuovano le foto gli striscioni di protesta appesi davanti all'immobile”.

Schiavi? No. Per l'avvocato Gabriele Zanobini “è assolutamente sbagliato anche solo pensare che chi lavorava per la Teresa Moda subiva un trattamento disumano, basti pensare che anche la sorella e il cognato di Lin You Lan vivevano nella stessa condizione degli operai. Il capannone di via Toscana non era una prigione chiusa, anzi era un porto di mare dove dormivano a volte anche cinesi che non lavoravano lì, come ad esempio la moglie di uno degli operai deceduti. Non c'è la prova che gli operai lavoravano in condizioni disumane. E non è vero che lavorano per 16-17 ore al giorno. I cinesi hanno un sistema diverso dal nostro: la mattina dormono e quando nel pomeriggio cominciano a lavorare lo fanno a intermittenza e vanno avanti fino a notte fonda e delle pause per il riposo e la cena si deve tenere conto”.

La difesa chiama in causa la Regione Toscana. “Il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi dopo il rogo disse che tutti i cinesi dovevano essere istruiti e mettersi in regola entro sei mesi, tanto che entrò in conflitto con l'amministrazione comunale di allora che riteneva il periodo troppo lungo. Intendo dire – ha spiegato Zanobini – che il Teresa Moda evidentemente non era percepito come un caso isolato, altrimenti questa presa di posizione come si spiega”?

Il ruolo defilato dei coniugi imputati. “Hanno vissuto in Veneto per molti anni, lo dicono le carte, lo dicono i documenti. Le due sorelle non andavano granché d'accordo e Hu Xiaoping era inviso alla famiglia Lin”. L'avvocato Giancarlo Geri in due ore di arringa prova a convincere il giudice che i suoi due assistiti non hanno mai avuto un ruolo decisionale e direttivo nella confezione Teresa Moda. “Solo a maggio 2013 si sono trasferiti nel capannone di via Toscana, erano ospiti e aiutavano Lin You Lan nella conduzione dell'azienda. Ma era lei che faceva tutto, che disponeva, che decideva. Lin You Lan era un'accentatrice e tanti testimoni lo hanno confermato. Poco importa se era Lin Youli a dare lo stipendio agli operai, conta da dove arrivavano i soldi e i soldi erano di Lin You Lan. E poi che avrebbero potuto fare loro? Non c'è stato certo il tempo di stravolgere tutto: buttare giù le casette, mettere mano all'impianto elettrico, al sistema antincendio, costruire un magazzino, realizzare le uscite di sicurezza, formare i lavoratori. Il fatto vero è che la proprietà ha ceduto un immobile che non rispondeva alla conformità prevista”.  
nadia tarantino
 
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Data della notizia:  15.12.2014 h 17:50

 
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