12.06.2015 h 16:50 commenti

Rogo via Toscana, l'investigatore: "Dal consolato nessun aiuto"

Nuova udienza del processo a carico dei fratelli Massimo e Giacomo Pellegrini, proprietari del capannone che ospitava la confezione Teresa Moda distrutta da un incendio il primo dicembre 2013. Sette le vittime. Il capo della Squadra mobile Nannucci ha ripercorso le indagini: "Il consolato due giorni dopo ci fornì l'elenco ufficiale dei morti, poi più niente"
Rogo via Toscana, l'investigatore: "Dal consolato nessun aiuto"
“Il 3 dicembre il console in persona venne in questura a consegnarci l'elenco con i nomi delle sette vittime, è stato quello l'unico momento in cui le autorità cinesi ci hanno dato ausilio. Una collaborazione rapida ma anche l'unica”. Al processo a carico dei fratelli Massimo e Giacomo Pellegrini, proprietari attraverso l'immobiliare Mgf del capannone di via Toscana che ospitava la confezione Teresa Moda, distrutta il primo dicembre 2013 da un incendio che costò la vita a sette operai, è stato il giorno di Francesco Nannucci, capo della Squadra mobile. Per un'ora ha risposto alle domande del pubblico ministero Lorenzo Gestri e dei difensori degli imputati (Alberto Rocca, Michele Nigro, Luca Bisori e Andrea Niccolai responsabile civile), ricostruendo le varie fasi investigative. “Mai come in questa indagine – ha detto – il livello di attenzione è stato così alto. Ci fu un'accelerata immediata per instradare il lavoro sulla giusta via, non dico che avevamo pressioni ma certo era un momento cruciale sia per i rapporti con le autorità cinesi sia per la grandissima attenzione da parte della direzione centrale della polizia, tanto che la sezione impegnata sul caso venne integrata con altro personale arrivato anche da Roma. Ci riunivamo due volte la mattina e due volte il pomeriggio per fare il punto sulle indagini”. Una ricostruzione dettagliata quella di Nannucci. “Una persona scampata all'incendio ci venne a dire che dentro c'erano diversi suoi connazionali – ha ricordato – pian piano venivano estratte le vittime. Un paio furono identificate attraverso le impronte digitali, una donna fu riconosciuta dal marito grazie alla collanina d'oro che portava al collo e che era la stessa con la quale era stata fotosegnalata, parenti e amici venivano a darci informazioni. Due giorni dopo il consolato fornì l'elenco ufficiale e questa rapida collaborazione è stata anche l'unica. Che il gestore della Teresa Moda era volata in Cina per trattare un risarcimento con i familiari delle vittime, circostanza nota al consolato, lo abbiamo appreso dalle intercettazioni telefoniche”. I fratelli Pellegrini si fecero avanti già quella mattina: “Si presentarono come proprietari del capannone e ci fornirono i contratti di locazione degli ultimi anni con i passaggi da una ditta all'altra – ha continuato Nannucci – noi avevamo già interrogato il catasto per risalire ai titolari dell'immobile, e lo stesso avevamo fatto con i registri della Camera di commercio per conoscere il titolare della Teresa Moda”. Titolare: Lin Jianli. “Di questa persona – ha detto il capo della Mobile – non c'erano tracce di passaggi a Prato. La donna gestiva un centro massaggi a Roma, era stata identificata come prostituta e risultava residente in via Tor Pignattara prima che il Comune le assegnasse una residenza fittizia così come si fa per le persone senza fissa dimora. Di lei non si hanno notizie dalla primavera del 2013. Ho fatto l'ultima verifica due giorni fa, non risulta niente. Se in tutti questi mesi fosse stata fermata in una qualsiasi città italiana, lo avremmo sicuramente saputo”. Il dirigente della questura ha anche detto che quasi subito avevano saputo che il gestore di fatto della Teresa Moda era Lin You Lan e che la sorella assieme al marito e al loro figlioletto dormiva nel capannone di via Toscana. Quanto alle intercettazioni telefoniche, su cui la difesa degli imputati ha più di una volta sollevato dubbi in ordine alla utilizzabilità, Nannucci ha sottolineato che “è stato un errore non mettere subito sotto controllo i telefoni dei fratelli Pellegrini perché le dichiarazioni a caldo sono le più genuine”. Affermazione riconducibile alla prima telefonata registrata tra la cognata di Lin You Lan e Massimo Pellegrini nella quale si fa riferimento alla “situazione della fabbrica”. Le successive telefonate intercettate sulle utenze dei Pellegrini mettono una pulce nell'orecchio degli investigatori: “Si parlava – ha spiegato Nannucci – di una certa organizzazione e decidemmo di controllare meglio effettuando due controlli il 7 dicembre in due diverse proprietà dei fratelli”. In una, quella in via Traversa del Crocifisso, la polizia arrivò mentre era in corso lo spostamento di alcuni macchinari tessili. In quei giorni le indagini, ovviamente, riguardarono anche lo stato dell'immobile di via Toscana: “Risalimmo al produttore del cartongesso utilizzato per realizzare il soppalco – ha aggiunto il capo della Mobile – ci disse di averlo venduto a gennaio 2008 ad un'azienda che aveva tra i suoi dipendenti alcuni parenti di Lin You Lan. Da qui altre verifiche sui sopralluoghi compiuti dall'azienda dei rifiuti nel capannone di via Toscana per il calcolo della tassa da pagare e dai quei documenti risultava l'esistenza di locali ricavati con il cartongesso”.
L'avvocato Rocca ha posto due domande al capo della Mobile: “I Pellegrini le dissero dei loro rapporti costanti con Lin You Lan”? Risposta: “Sì”. “Le fornirono il numero di telefono usato per i loro contatti con la donna”? Stessa risposta: “Sì”.
Nannucci ha anche ricostruito, nei giorni della tragedia, il patrimonio dei Pellegrini, proprietari a vario titolo e insieme ai familiari di cinque-sei società immobiliari.  
nt
 
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Data della notizia:  12.06.2015 h 16:50

 
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