02.04.2015 h 17:18 commenti

Rogo via Toscana, il professionista che fece il sopralluogo: "Per la sicurezza non c'era niente a norma"

All'udienza di oggi del processo a carico dei fratelli Massimo e Giacomo Pellegrini, proprietari dell'immobile che ospitava la Teresa Moda, è stato sentito Federico Baldesi, il perito che nel 2010 redasse il documento di valutazione rischi. "Quando entrai rimasi perplesso e per questo sui miei appunti scrissi le parole 'schiavi' e 'disastrati'". Sentito anche l'operaio che si salvò perché quella notte andò a dormire dalla fidanzata nella fabbrica di fronte
Rogo via Toscana, il professionista che fece il sopralluogo: "Per la sicurezza non c'era niente a norma"
“Il capannone era messo malissimo da un punto di vista dell'igiene e della sicurezza. Rimasi perplesso, l'ambiente era angusto, buio, sigillato, non c'erano uscite di sicurezza, le finestre erano schermate da tende nere, riscontrai una inadeguatezza delle norme basilari davvero gravissima”. Al processo per la morte dei sette operai cinesi della confezione Teresa Moda che si sta celebrando a Prato a carico dei fratelli Massimo e Giacomo Pellegrini, proprietari dell'immobile, ha testimoniato oggi Federico Baldesi, il perito specializzato in impianti elettrici e antincendio che il 7 aprile 2010 entrò nel capannone di via Toscana per verificare lo stato dei luoghi. Qualche giorno dopo il rogo, la guardia di finanza sequestrò alcuni suoi appunti, un foglio in particolare sul quale comparivano due scritte: “nb schiavi” e “disastrati”.

Il giudice Fanales e il pubblico ministero Gestri hanno chiesto conto di quegli appunti: “Entrando vidi che non c'era aria – ha spiegato il professionista – che non c'erano vie d'uscita, che la gente fumava. Vidi l'impianto elettrico non a norma con fili volanti e arruffati, vidi una grossa quantità di tessuto ammassata a terra, pensai a cosa poteva succedere anche solo con un principio d'incendio”. Baldesi ha confermato la presenza di dormitori nel 2010 sottolineando che dall'ingresso del capannone non ebbe la percezione della presenza di un soppalco oltre la parete alla sua destra: “Salì la scala in fondo al capannone e arrivai su un corridoio lungo il quale erano palesi dei dormitori, non li vidi ma fuori dalle stanze c'erano scarpe e vestiti”. A portare il professionista in via Toscana, sede produttiva sia della Teresa Moda che delle ditte precedenti, e in via Val d'Aosta, punto vendita, fu un collaboratore dello studio commercialista Rosini. “Ad accompagnarci in via Toscana – ha continuato Baldesi – fu un cinese che parlava italiano e fu lui ad aprire dall'esterno il lucchetto che era all'ingresso. Dentro c'erano diversi operai e una situazione brutta. Mi fu impedito di scattare foto”. “Perché”? ha chiesto il pubblico ministero. “Forse perché erano consapevoli che in quel modo non andava bene” è stata la risposta. Federico Baldesi, qualche giorno dopo il sopralluogo, inviò il documento di valutazione rischi, lo stesso al quale due anni dopo cambiò il nome della ditta attualizzandolo senza compiere nuovi ingressi nel capannone. “Il collaboratore del commercialista mi disse che c'era stato un subentro e di stare tranquillo che la situazione era quella di prima”. Nel documento una serie di indicazioni per essere in regola con le norme, compreso il fatto che gli idranti non funzionavano e andavano ripristinati. Un particolare, questo, su cui ha messo gli occhi gli avvocati Alberto Rocca e Luca Bisori, difensori dei fratelli Pellegrini: “Ha parlato di idranti solo per lo stabile di via Val d'Aosta, non per via Toscana. Perché”? Baldesi non ha saputo rispondere pur confermando che quella necessità valeva anche per il capannone poi andato a fuoco. L'avvocato Alberto Rocca ha anche preso in esame il documento prevenzione incendi: “A pagina 16 si legge che il livello di rischio incendio è sicuramente di tipo basso”. Il professionista ha spiegato il motivo: “Quel tipo di attività non è considerato a rischio né alto né medio”.
All'udienza di oggi anche la testimonianza di Wu Lifu, operaio della Teresa Moda che la notte del rogo, dopo aver finito di lavorare, andò a dormire dalla fidanzata che lavorava nella ditta di fronte e che dunque scampò alla tragedia. “Lavoravo anche 15 ore al giorno se c'era bisogno – ha detto – e dormivo nella quarta stanza del soppalco mentre la cucina era in comune con gli altri dipendenti”.  
nadia tarantino
 
 
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Data della notizia:  02.04.2015 h 17:18

 
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