23.01.2015 h 13:55 commenti

Rogo via Toscana, il pm Gestri in pressing sui professionisti pratesi

Giornata dedicata alle testimonianze del consulente del lavoro e dell'amministratore di condominio. L'accusa ha incalzato i testi e alla fine ha chiesto la trasmissione in procura delle dichiarazioni rilasciate dai consulenti della ditta
Rogo via Toscana, il pm Gestri in pressing sui professionisti pratesi
E' cominciata ieri mattina la sfilata dei professionisti italiani chiamati a testimoniare nel processo che si sta celebrando con rito immediato a carico dei fratelli Massimo e Giacomo Pellegrini, proprietari del capannone di via Toscana nel quale, il primo dicembre 2013, sette operai cinesi morirono nell'incendio della confezione Teresa Moda. Davanti al giudice Giulio Fanales, al pubblico ministero Lorenzo Gestri e alla schiera di avvocati della difesa e delle parti civili, è comparso anche Filippo Rosini, consulente del lavoro il cui studio ha seguito le ditte aperte e chiuse negli anni da Lin You Lan, l'imprenditrice già condannata, assieme alla sorella e al cognato, nel processo parallelo, e Giulio Iezzi, amministratore di condominio che gestiva il lotto di via Toscana che comprendeva anche l'immobile dei fratelli Pellegrini. Il primo colpo di scena è arrivato nel tardo pomeriggio: il pm, dopo aver interrogato Rosini e due suoi collaboratori, ha chiesto al giudice la trasmissione delle dichiarazioni rilasciate nel dibattimento per procedere ad una valutazione. L'altro colpo di scena subito dopo: Iezzi ha detto di aver compiuto un sopralluogo nel capannone tra il 2010 e il 2011 e di ricordare che il lato destro – dove si trovavano i dormitori realizzati in cartongesso e compensato – era libero.

Il consulente del lavoro. Lo studio di Filippo Rosini e del suo socio Nicola Tomassini si è occupato di almeno 500 aziende cinesi fino al 2009/2010, poi scese a circa 220. “Lin You Lan è sempre stata una mia cliente, già dalla prima ditta che aprì”. Il pm ha cercato di ricostruire come materialmente funziona l'apertura di una ditta e soprattutto, in relazione al fatto che i titolari formali si riducono niente più che a prestanomi, come venivano identificati. “I documenti – ha detto Rosini – venivano presi al bancone. Il mio ufficio si sviluppa su due piani, io sto quasi sempre su e non vedo chi li porta. Non so chi si è occupato dell'apertura della Teresa Moda, il nostro lavoro è diventato tracciabile solo in seguito all'incendio e adesso fotografiamo tutti i nostri clienti. Non so se qualche mio dipendente è stato tratto in inganno da qualcuno che si è presentato come titolare formale senza però esserlo”. Gestri: “Ma lei non ha mai avuto dubbi sul fatto che il titolare formale fosse diverso da chi fisicamente si presentava per aprire una ditta”? Secca la risposta di Rosini: “No”. E ancora: “I dipendenti avevano l'obbligo di ricevere personalmente colui che intendeva aprire la ditta e di fotocopiare i documenti. Non ricordo se ho mai visto la titolare formale della Teresa Moda”. Rosini ha anche detto di aver saputo dell'incendio verso le 10.30 del primo dicembre 2013 dalla cognata di Lin You Lan e che sul posto si recò Tomassini. Poi il mistero della smart card, il supporto per la firma magnetica. “Guardai la documentazione e rilevai che nella cartellina della Teresa Moda non c'era la smart card e non c'era il documento con la firma della restituzione, c'erano però i codici di accesso”. E' stato a questo punto che Gestri ha mostrato un documento su cui compare la firma della titolare formale della ditta che attesta la restituzione della smart card in data 20 novembre 2011. “Quindi – ha chiesto il pm – avete fabbricato un documento e apposto una firma falsa”. “Non è stata mia l'intenzione di falsificare il documento – ha risposto Rosini – per me bastava dire che la smart card l'avevamo persa”. E ancora nel tentativo di capire se la presenza della prestanome era davvero necessaria per consentire allo studio di Rosini di svolgere attività per la Teresa Moda, il pm ha chiesto: “Per assumere un dipendente occorre la firma del titolare”? “Sì”, la risposta. “Quindi quando sono stati assunti gli operai alla Teresa Moda avete visto fisicamente la titolare”? Risposta: “Non lo so, sono procedure che seguono le ragazze dello studio”. Fatto sta che Filippo Rosini, così come tutti gli altri testimoni di ieri mattina, non ha riconosciuto nelle foto mostrate in aula il volto di Li Janli, prestanome della confezione andata a fuoco, allo stato attuale irreperibile, in passato identificata nel corso di un blitz antiprostituzione a Roma.
Tra i due collaboratori di Rosini che sono stati chiamati a testimoniare, uno in particolare avrebbe rafforzato la convinzione della procura circa i rapporti diretti tra lo studio e il titolare formale della ditta. A lui è stato mostrato un documento relativo alla chiusura di una ditta precedente alla Teresa Moda e gestita da Lin You Lan. Un documento con tre date del maggio 2012 su cui Gestri ha chiesto conto: “Il 24 maggio – è stata la risposta – è il giorno in cui il titolare è venuto a comunicare di voler chiudere la ditta”. “Non può essere – ha contestato il pm – quella persona era stata arrestata il 10 maggio per sfruttamento della prostituzione”. Da qui la richiesta al giudice di trasmissione delle dichiarazioni per poter effettuare una valutazione.

L'amministratore di condominio. “Mi recai nel capannone dei signori Pellegrini per un sopralluogo relativo ad un problema di infiltrazioni dal tetto – ha detto Giulio Iezzi – quando entrai vidi il banco da taglio. L'infiltrazione era in fondo al capannone, al confine con l'immobile attiguo. Vidi che la porta d'accesso ai torrini, cioè la via di fuga, era ostruita da un cumulo di pezze. Non c'era un muro in prosecuzione all'ufficio che si trovava vicino all'ingresso, sulla destra”. Una circostanza che il pm ha contestato: “Il 3 aprile 2014, sentito dalla polizia giudiziaria, disse di non essere mai entrato nel capannone”. “Facendo mente locale – ha riposto Iezzi – ricordo di essere entrato ma non ricordo chi mi chiese di andare a fare il sopralluogo”. Le dichiarazioni dell'amministratore di condominio, la cui testimonianza proseguirà nella prossima udienza fissata per il 12 febbraio, escludono dunque la presenza degli abusi edilizi nel 2010 o 2011; Iezzi non è stato in grado di collocare con precisione quando andò a verificare i problemi di infiltrazione nella proprietà dei fratelli Pellegrini.

Gli altri testimoni. Sentito un cinese che ha assistito i familiari delle vittime durante la transazione per il risarcimento del danno in Cina ad opera di Lin You Lan e per le pratiche di riscossione di quanto dovuto dall'Inail. “In Cina – ha detto il teste – funziona che se c'è un incidente sul lavoro il titolare risarcisce la famiglia e tutto finisce lì”. Pronta la replica dell'avvocato Rocca del pool difensivo dei Pellegrini: “E allora, se la prassi si conclude con un accordo con il titolare della ditta, perché i familiari hanno chiesto il risarcimento anche ai proprietari italiani del capannone”?
Un altro cinese, che si occupa di fornitura e manutenzione di macchinari da lavoro, ha detto di aver visto una parete in cartongesso ma di non sapere cosa ci fosse dietro. “Una parete – ha detto – che arrivava al soffitto. Io ho visto solo che c'era un bagno”.
E della presenza di una parete che arrivava fino al tetto ha parlato anche un testimone italiano, tecnico di un'azienda di macchine tessili, che però non ha saputo specificare se si trattava di una parete in cartongesso o realizzata con altro materiale.  
 
 
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Data della notizia:  23.01.2015 h 13:55

 
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