24.11.2014 h 13:18 commenti

Rogo via Toscana, il pm chiede 26 anni di reclusione per i tre imputati: "Tutti gestivano la Teresa Moda"

E' durata sei ore la requisitoria del pubblico ministero Lorenzo Gestri al processo che vede imputati i gestori della confezione dove un anno fa morirono sette operai. Le richieste: 10 anni e 8 mesi per Lin You Lan, 8 anni ciascuno per Lin Youli e Hu Xiaoping, i coniugi che riuscirono a scampare alla morte
Rogo via Toscana, il pm chiede 26 anni di reclusione per i tre imputati: "Tutti gestivano la Teresa Moda"
Dieci anni e otto mesi con l'interdizione dai pubblici uffici a Lin You Lan, 8 anni a Lin Youli e altrettanti a Hu Xiaoping. Al termine di una requisitoria andata avanti per oltre sei ore, il pubblico ministero Lorenzo Gestri ha chiesto pesanti condanne per i tre cinesi ritenuti gestori di fatto della confezione Teresa Moda che lo scorso primo dicembre fu inghiottita dall'incendio che fece sette morti. Richieste ridotte di un terzo, come prevede il processo con rito abbreviato che si sta celebrando davanti al giudice Silvia Isidori. Gli imputati sono accusati di omicidio colposo plurimo aggravato, incendio colposo aggravato, omissione dolosa di cautele antinfortunistiche , sfruttamento della manodopera clandestina. A tutti e tre il pm ha riconosciuto le “attenuanti generiche in virtù del risarcimento già pagato ai familiari delle sette vittime e in virtù di un comportamento processuale che ha consentito una ricostruzione fedele della realtà dei fatti”. “Ho difficoltà a trovare nelle carte del processo il rispetto anche di una sola norma sulla sicurezza sul lavoro”, è uno dei passaggi più forti della requisitoria che il pm ha integrato con una memoria di 240 pagine che ripercorre, in modo dettagliato, la storia dei tre imprenditori, delle loro aziende, della necessità di ricorrere sempre a un prestanome, della contezza del rischio a cui andavano incontro, della mancanza di tutele per gli operai e della struttura “illecita, abusiva e pericolosa” che era il soppalco-dormitorio.

Le cause della tragedia e il capannone trappola. “Il malfunzionamento dell'impianto elettrico: a questo si deve il rogo” ha spiegato il pm. L'incendio divampa alle 6 “quando le macchine da lavoro sono ancora calde”. Chi dorme nei loculi del soppalco non ha scampo. Per arrivare al portone deve percorrere per tutta la lunghezza la struttura – oltre 30 metri – e altrettanti per raggiungere l'uscita. Troppi. “Una sola via di fuga, opposta rispetto alla scala per accedere alle stanzette ricavate con cartongesso e legno. Nessuna altra strada percorribile se non quella, la stessa più prossima al punto in cui si sono sviluppate le fiamme. In mezzo al capannone 250 quintali di tessuto da lavorare, un ingombro enorme, abnorme se si considera che ne bastano 50 per attivare la procedura finalizzata al controllo e all'eventuale rilascio del certificato antincendio da parte dei vigili del fuoco. Una situazione critica tanto che già nel 2010, dopo un sopralluogo, il tecnico incaricato di redigere il documento sulla sicurezza sui luoghi di lavoro si appunta sulle sue carte alcune note: 'condizione gravosa da un punto di vista dell'incendio e della sicurezza', 'disastroso', 'nb schiavi'. Una situazione pericolosa nota sia ai gestori che ai proprietari”.

Dal sonno al panico, dal panico alla morte. “Impossibile salvarsi, chi si è salvato è solo perché dormiva al piano terra: i due imputati marito e moglie, Lin Youli e Hu Xiaoping, il loro figlioletto, e l'unico operaio superstite. Tutti sufficientemente vicini al portone. Chi era sopra è morto per intossicazione da cianuri e monossido”.

Il soppalco. La costruzione viene fatta risalire al 2008. Gli investigatori hanno “inseguito” il cartongesso grazie al codice di tracciabilità impresso. Tramite questo sono risaliti a chi lo ha prodotto, da qui ha chi lo ha commercializzato in Toscana, e successivamente a chi lo ha venduto ai destinatari finali. “I documenti ci dicono che il 15 gennaio 2008 il cartongesso è stato consegnato alla confezione Chiara che aveva sede allo stesso indirizzo di una ditta riconducibile a uno degli imputati e che tra i suoi dipendenti aveva anche il fratello e il padre delle due sorelle sotto processo – spiega il pm – da qui il materiale è arrivato in via Toscana e utilizzato per costruire le stanzette destinate agli operai. Del resto è stata la stessa Lin You Lan a dire che la proprietà del capannone si era complimentata per il buon lavoro fatto. E sono le dichiarazioni rilasciate dai parenti delle vittime a dire che gli operai dormivano e mangiavano nel capannone. A conferma di questo – ha proseguito il pm – il sopralluogo degli addetti della municipalizzata incarica della gestione dei rifiuti che hanno misurato il soppalco al fine del calcolo della tassa da pagare. Negli appunti prelevati dagli uffici della municipalizzata si legge 'soppalco dormitorio'”. Poi la considerazione: “A Prato è così, chi affitta un capannone ai cinesi sa che ci verranno realizzati abusi edilizi”. E in più: “Se non c'era il soppalco gli operai non morivano”.

La “capa” e l'altra “capa”. Gestri ha tentato di equiparare il ruolo delle due sorelle che invece, nel corso del processo, hanno cercato di assumersi responsabilità del tutto diverse. Lin You Lan si è descritta come gestore di fatto, relegando la sorella e il cognato a un ruolo marginale che consisteva, in caso di bisogno, nel gestire l'attività secondo direttive da lei stessa impartite. “Ci sono dichiarazioni che dimostrano il contrario. Per esempio – ha detto il pm – un sms ricevuto da Lin Youli nel quale un operaio, chiamandola 'capa', le chiedeva conto di un arretrato di 200 euro. Le due sorelle gestivano insieme l'attività, non è reale pensare diversamente proprio perché quel messaggio assume un dato di straordinaria valenza probatoria”.

Rischio e pericolo, la consapevolezza degli imputati. “Era meglio se gli operai non dormivano nel capannone, questo disse al telefono Lin You Lan qualche giorno dopo la tragedia. L'intercettazione – ha spiegato il pm Gestri – dimostra che la donna era cosciente del rischio”. L'accusa ha puntato molto sul modo di gestire l'azienda da parte dei tre imputati. “Un modo tutto cinese, il continuo richiamo a regole che sono patrimonio della cultura del lavoro in Cina ma che sono un'offesa per l'Italia. Il dispregio di norme e leggi, la logica del 'creo le condizioni che servono a me' ovvero la costruzione di dormitori da includere nel pacchetto offerto agli operai. Siamo in presenza di un caso di scuola: la differenza tra dolo eventuale e colpa cosciente: prevedere cosa potrebbe accadere e convincersi che non accadrà mai. Qui siamo nel campo della colpa cosciente. Come si può credere che un imprenditore cinese che vive in Italia da così tanto tempo non sappia nulla di come invece si lavora qui”?

Impresa, a ogni costo. “Fare impresa a ogni costo anche prendendosi il rischio di una tragedia perché è fuori dalla realtà – ha detto Gestri nella requisitoria – pensare che chi dorme nel capannone non abbia contezza del lavoro, della situazione, della gestione, dell'assenza di ogni minimale condizione di sicurezza. Non basta dire che in Cina si usa così. Questo è il modo assurdo di gestire un'impresa: intestarla ad altri e non perché i cinesi fanno così ma solo perché non vogliono essere scoperti. E se non fosse stato per l'arresto, lo scorso 20 marzo, i tre imputati avrebbero ricominciato a lavorare in un altro capannone, con un altro prestanome. I fatti del primo dicembre sono stati solo un incidente di percorso, risarcito a sette famiglie con un milione messo insieme in appena un mese e mezzo, conservato in Cina. E non si creda che si tratti del denaro raccolto tra amici e conoscenti, si tratta del patrimonio di famiglia”.

Il sistema Prato. Dal pubblico ministero l'attacco frontale a un sistema che consiste nel rapporto strettissimo tra imprenditori cinesi e professionisti italiani. “A mezzora appena dall'incendio – dice Gestri – Lin You Lan chiama il commercialista. Che vuol dire? Vuol dire che siamo di fronte ad una persona perfettamente consapevole che bisogna mettere le carte a posto. E lo studio si è attivato in questo senso dando anche indicazioni agli impiegati. Un atteggiamento scandaloso: si sta parlando di persone che con il loro operato consentono questo modo illegale di fare impresa. Prima ancora di sapere quanti morti, cominciano le telefonate e il giorno seguente anche i summit nelle stanze dei commercialisti per salvare il salvabile. Insomma, imprenditore calcolatore. Fare impresa passando da qualsiasi scorciatoia. E intanto, per sottolineare il grado di integrazione, ci siamo dovuti servire dell'interprete per fare questo processo”.  

Lunedì prossimo altra udienza. Nel giorno del primo anniversario della tragedia di via Toscana saranno gli avvocati di parte civile ad intervenire.
nadia tarantino

 
 
 
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Data della notizia:  24.11.2014 h 13:18

 
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