19.01.2016 h 18:59 commenti

Rogo via Toscana, fine del dibattimento. Si attendono le richieste del pubblico ministero

Ultima puntata del processo a carico della proprietà del capannone distrutto dall'incendio del primo dicembre 2013 che provocò la morte di sette operai cinesi. Schermaglie tra accusa, difesa e parti civili su questioni prettamente tecniche: il rilascio del certificato di agibilità dell'immobile e il danno biologico riconosciuto dall'Inail all'unico sopravvissuto
Rogo via Toscana, fine del dibattimento. Si attendono le richieste del pubblico ministero
Si è giocata tutta su questioni tecniche l'ultima puntata del processo a carico dei fratelli Massimo e Giacomo Pellegrini, proprietari tramite l'immobiliare Mgf del capannone di via Toscana distrutto dall'incendio che il primo dicembre 2013 è costato la vita a sette operai della confezione Teresa Moda. Un'udienza particolarmente vivace quella di oggi, martedì 19 gennaio, con continui battibecchi tra le parti in gioco chiamate a dibattere sull'agibilità del capannone e sui danni permanenti riportati dall'unico operaio sopravvissuto.
Capitolo molto discusso l'agibilità dell'immobile. Agibilità, secondo la difesa, ottenuta negli anni '80 dagli allora proprietari mentre, al contrario, per l'accusa e per le parti civili, mai rilasciata dal Comune. I fratelli Pellegrini hanno acquistato l'immobile nell'ottobre del 1996; l'atto notarile fa riferimento alla “piena conformità alle norme urbanistiche vigenti”. Oltre all'ingegnere Luigi Romano, consulente della difesa, che ha ribadito che la legge 47 del 1985 sul condono faceva riferimento al rilascio dell'agibilità contestualmente alla sanatoria, davanti al giudice Fanales, al pubblico ministero Gestri e agli avvocati, è comparso Giancarlo De Renzis, progettista e direttore dei lavori del lotto di via Toscana che comprende anche la proprietà che oggi è della Mgf. “Sanatoria edilizia e certificato di agibilità sono due cose diverse – ha detto il professionista rispondendo al giudice – la sanatoria riguarda la regolarità urbanistica, mentre il certificato di agibilità comprende anche i collaudi e la regolarità degli impianti e delle strutture”. De Renzis ha ricordato che furono fatti i collaudi della struttura e degli impianti elettrico e antincendio e che dal 1985 fu lui stesso a preparare tutta la documentazione che serviva a chiedere il nullaosta provvisorio ai vigili del fuoco per i capannoni compresi nel lotto. Non fu lui, però, ad occuparsi dell'inoltro delle richieste. Come la scorsa udienza, il processo ha puntato di nuovo i riflettori sul fatto che la concessione edilizia rilasciata nel 1980 prevedeva la costruzione di un lotto diviso in quattro unità con due torrette antincendio; progetto in realtà mai realizzato perché modificato in corso d'opera con un ulteriore frazionamento che portò a quindici le unità e a quattro le torrette. La sanatoria fu rilasciata nel 1986. “La modifica in corso d'opera è stata migliorativa delle garanzie di sicurezza”: d'accordo, su questo, sia il progettista che il consulente della difesa. Poco importa, però, il destino del certificato di agibilità perché i dormitori abusivi ne avrebbero richiesto uno ulteriore rappresentando una modifica importante della struttura. E sul soppalco si è soffermato il pubblico ministero: “Il manufatto – ha chiesto al consulente della difesa Romano – richiedeva il rilascio del certificato di agibilità”? Risposta: “Sì, adempimento a carico di chi lo realizza”. Il pm ha incalzato: “Chi rientra in possesso del bene può riaffittarlo pur in presenza di un manufatto abusivo? O lo deve demolire? O lo può sanare”? Eliminazione o sanatoria: queste le opzioni. Un passaggio importante per l'accusa che ha scovato nei vari contratti di affitto che nel tempo hanno interessato la proprietà della Mgf un “buco” di qualche giorno tra una ditta e il subentro di un'altra.
Sentito anche Brunero Begliomini, medico legale e consulente della difesa chiamato a esprimersi sul danno biologico dell'otto per cento che l'Inail ha riconosciuto al sopravvissuto al rogo. Menomazione permanente del braccio ustionato, più precisamente dell'avambraccio sinistro, e una sindrome post-depressiva con attacchi di panico soprattutto di notte e altri disturbi. Begliomini ha detto che “l'operaio rimase ricoverato all'ospedale di Prato fino al 16 dicembre per insufficienza respiratoria acuta e lesioni di secondo grado all'avambraccio sinistro”. E ha aggiunto: “Trovo sorprendente che l'Inail si sia fatta carico del primo referto riguardante l'operaio a luglio 2014 per fatti di sei mesi prima, è la prima volta che mi capita nell'arco della mia vita professionale. L'Inail parla di ustioni più gravi di quelle certificate dall'ospedale e rileva una serie di disturbi dall'analisi di un soggetto che, come si legge nelle carte della stesso istituto oltre che in quelle della struttura sanitaria pubblica, conosce pochi termini in italiano”. Secca replica dell'avvocato di parte civile Quartararo: “Era accompagnato da una persona che conosce l'italiano”. Ancora Begliomini: “L'inabilità che porta al danno biologico non è provata”.
Sui sette operai deceduti nell'incendio, Begliomini ha confermato quanto detto in una precedente udienza e cioè che la morte è sopraggiunta nel giro di pochi minuti mentre l'inabilità nel giro di pochi secondi. Colpa del monossido di carbonio e dell'acido cianidrico sprigionati dal deterioramento del materiale tessile stoccato nel capannone.
Prossimo appuntamento il 28 gennaio con la requisitoria del pubblico ministero.


 
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Data della notizia:  19.01.2016 h 18:59

 
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