27.10.2014 h 19:47 commenti

Rogo via Toscana, doppio colpo di scena dalla deposizione della donna che gestiva la ditta

Oltre otto ore di interrogatorio per Lin Youlan, imputata assieme alla sorella e al cognato per l'incendio della confezione Teresa Moda e la morte di sette operai. Al giudice ha detto che la proprietà dell'immobile sapeva del soppalco e, parlando del risarcimento ai parenti delle vittime, ha fatto emergere il coinvolgimento del traduttore impegnato nell'udienza della scorsa settimana
Rogo via Toscana, doppio colpo di scena dalla deposizione della donna che gestiva la ditta
Due colpi di scena, uno all'inizio e l'altro quando ormai l'udienza si avviava stanca verso la fine. Lin Youlan, imputata con la sorella e il cognato per il rogo della Teresa Moda di via Toscana che lo scorso primo dicembre costò la vita a sette operai cinesi, ritenuta gestore di fatto della confezione, è comparsa oggi davanti al giudice Isidori e al pubblico ministero Lorenzo Gestri per raccontare la sua versione dei fatti. Si è assunta gran parte delle responsabilità (“mi occupavo io della ditta e io prendevo le decisioni) e tra le tante cose ha anche detto che “la proprietà dell'immobile sapeva della presenza di un soppalco”. Lo ha detto e ripetuto aggiungendo che Massimo Pellegrini – imputato con il fratello Giacomo nel processo parallelo che si svolge con rito ordinario – le disse che aveva fatto “un buon lavoro”. Poi, entrando nel dettaglio del risarcimento ai familiari delle vittime, ha fatto emergere un particolare assolutamente nuovo a tutti: a mediare tra lei e i parenti degli operai è stato “il maestro Zhou”, la stessa persona che all'udienza di venerdì scorso, quando è stato sentito il cognato Hu Xiaoping, si è occupato della traduzione. Un particolare, confermato dai familiari presenti in aula, che ha sconcertato e non per una questione di incompatibilità quanto di opportunità: l'interprete non ha fatto cenno, al giudice, del suo ruolo nella vicenda. Assente oggi perché malato, il cinese non sarà più chiamato al processo in corso. L'interprete che lo ha sostituito, dovrà ascoltare la registrazione della scorsa udienza per verificare che quanto affermato dall'imputato corrisponda alla traduzione rilasciata. Respinta l'eccezione sollevata dall'avvocato Tiziano Veltri, difensore dei parenti delle vittime, di inutilizzabilità delle dichiarazioni rese dall'imputato. L'udienza della settimana scorsa, insomma, resta valida a meno che non emergano contraddizioni dall'ascolto delle registrazioni.

Via Toscana, un'azienda dietro l'altra. Lin Youlan, 42 anni, ha raccontato di essere arrivata in Italia nel 1994 e di aver aperto la sua prima ditta nel 2003 dopo qualche anno passato a lavorare come dipendente di connazionali. Da lì in poi una lunga serie di attività aperte e chiuse al ritmo di una ogni due anni al massimo, fino alla Teresa Moda nel 2012. Nessuna delle ditte intestate a suo nome, ma a prestanome che si accollavano la titolarità in cambio di denaro. “Le aziende avevano la sede produttiva in via Toscana – ha detto – e la vendita in via Val d'Aosta. Per il capannone di via Toscana pagavo circa 2.600 euro al mese più Iva, il signor Massimo veniva a riscuotere in via Val d'Aosta. Poi, per via della crisi, sono riuscita a ottenere uno sconto”.

Il soppalco diventato cimitero. “L'ho fatto costruire nel 2008 da operai cinesi che ho regolarmente pagato – ha detto l'imputata – il signor Massimo lo sapeva perché nel capannone c'è stato. Nel 2010 venne per un sopralluogo in quanto c'erano infiltrazioni dal tetto, poi lo chiamai un'altra volta per chiedergli se era possibile aprire quattro finestre perché i miei operai si lamentavano per il caldo”. Lavoro che fu fatto, rendendo apribili quattro delle finestre che avevano solo la funzione di punto luce. “Pagai io i lavori e saltai un mese di affitto perché toccava al signor Massimo farsi carico di quella spesa”.

La tragedia. “Il primo dicembre arrivai in via Toscana e subito chiesi ai vigili del fuoco di salvare le persone che erano dentro, dissi che c'erano sette operai”. I connazionali dormivano nelle stanzette del soppalco, mentre la sorella e il cognato, assieme al loro figlioletto, dormivano al piano terra, accanto all'ingresso, e per questo riuscirono a salvarsi. “Pregavo tutti di darsi da fare, di aiutare le persone che erano dentro il capannone”. Un passaggio molto difficile della lunga deposizione: l'imprenditrice si è abbandonata ad un piano sommesso e ha detto: “Quello che è successo è stato il dolore più grande della mia vita, mi porto sulla coscienza sette persone. Non mi comporterei più nello stesso modo, sarei una persona se lo facessi”?

Il risarcimento ai parenti delle vittime. Ogni famiglia ha ricevuto 110mila euro. L'accordo è stato chiuso in Cina dove Lin Youlan si recò a inizio gennaio per motivi di salute. Anche da lì ha sempre tenuto i contatti con i familiari degli operai deceduti. L'intento, poi realizzato, era quello di pagare per chiudere la faccenda. Faccenda effettivamente chiusa alla presenza di un avvocato italiano partito appositamente per la Cina. Nella questione del risarcimento entra anche il Consolato. Il pm ne ha chiesto conto leggendo all'imputata un'intercettazione telefonica. Nel dialogo spunta il nome del “maestro Zhou” e oggi si è capito che si tratta dell'interprete che la scorsa settimana ha collaborato all'interrogatorio dell'imputato Hu Xiaoping.

Stipendi e condizioni. “A ogni operaio davo 1.200 euro al mese, senza differenze tra regolari e clandestini. Oltre a questo, anche vitto e alloggio. Per ognuno spendevo circa 350 euro al mese per il vitto: pranzi che arrivavano pronti da fuori e che al massimo loro dovevano scaldarsi. Soltanto il riso veniva cucinato nel capannone”. Zanobini, suo difensore, le ha chiesto che lavoro faceva prima di arrivare in Italia: “Ho lavorato come operaia in una confezione di abbigliamento, vitto e alloggio compreso, da noi funziona così e per questo io ho fatto lo stesso con i miei dipendenti”.

Se fosse arrivato un controllo...”. Lin Youlan ha negato di essere a conoscenza delle irregolarità: “Nessuno è venuto mai a controllare e nessuno mi ha mai detto che in quel modo non andava bene”. Eppure, nel corso degli anni e l'ultima volta nel 2013, pochi mesi prima dell'incendio, qualcuno andò a vedere: “Vennero delle persone, mi dissero che erano dipendenti comunali e che dovevano misurare il capannone per la tassa dei rifiuti”. Incalzante il suo avvocato: “Ma videro il soppalco”? “Sì – ha risposto la donna – salirono sulla scala e andarono a misurare i dormitori ma non mi dissero niente a riguardo”.

I fitti rapporti con professionisti italiani. Lin Youlan ha raccontato del suo commercialista che seguiva la vita delle aziende: “Sapeva che c'era sempre un prestanome, andavo io a fare tutto e poi i documenti erano intestati a persone diverse”. E ancora: nel 2010 fu deciso di redigere un documento di valutazione rischi e antincendio. Il professionista che se ne occupò, interrogato dalla guardia di finanza, disse che non gli era stato consentito di scattare foto e che si trovò di fronte a “una situazione gravosa” così tanto che sui suoi appunti, consegnati agli inquirenti, scrisse “disastroso” e “Nb schiavi”.

Il processo riprenderà lunedì prossimo, poi un fitto calendario di udienze già fissato fino al 22 dicembre quando si terrà, salvo slittamenti, la camera di consiglio per la sentenza. 
 
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Data della notizia:  27.10.2014 h 19:47

 
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