12.01.2015 h 16:49 commenti

Rogo via Toscana, condannati i tre imprenditori cinesi

Il giudice Isidori ha inflitto 8 anni e 8 mesi di reclusione a Lin You Lan, 6 anni e 10 mesi alla sorella Lin Youli e 6 anni e 6 mesi al marito di quest'ultima Hu Xiaoping. La difesa annuncia ricorso in Appello
Rogo via Toscana, condannati i tre imprenditori cinesi
Quattrocentosette giorni fa il rogo della confezione Teresa Moda nel quale persero la vita sette operai cinesi. Oggi le prime condanne al termine del processo con rito abbreviato a carico dei tre imprenditori, due sorelle e il marito di una di loro, che di fatto gestivano l'azienda di via Toscana. Complessivamente, dopo sei ore di camera di consiglio, il giudice Silvia Isidori ha condannato gli imputati a 22 anni e confermato le accuse: omissione dolosa di cautele antinfortunistiche (capo di imputazione che ha assorbito quello di incendio colposo aggravato), omicidio colposo plurimo aggravato e sfruttamento della manodopera clandestina. La pena più pesante, 8 anni e 8 mesi, è stata inflitta a Lin You Lan, 43 anni, nei confronti della quale il pubblico ministero Lorenzo Gestri aveva chiesto 10 anni e 8 mesi; 6 anni e 10 mesi e 6mila euro di multa per Lin Youli, 40 anni, e 6 anni e 6 mesi e 5mila euro di multa per Hu Xiaoping, 41 anni, (per i due coniugi erano stati chiesti 8 anni ciascuno). Per tutti e tre, difesi dagli avvocati Gabriele Zanobini e Giancarlo Geri, anche l'interdizione dai pubblici uffici per 5 anni e per la durata della pena l'incapacità di contrattazione con la pubblica amministrazione. “Non sono soddisfatto”, la primissima reazione dell'avvocato Zanobini. Già annunciato il ricorso in Appello. “Mi pare che il sistema Prato che sembrava anche per il pubblico ministero a fondamento di tutta questa vicenda – ha commentato il legale – non sia stato preso in considerazione più di tanto. Io non volevo che ci fosse il riconoscimento della responsabilità dolosa dell'omissione di cautele antinfortunistiche. Nessuno ha informato questi signori su come doveva essere gestita un'impresa e anche chi ha compiuto sopralluoghi nel capannone per un motivo o per l'altro, non ha detto niente. L'ignoranza della legge non scusa, è vero, ma questo riguarda la colpa non il dolo”.
Il giudice Isidori ha anche stabilito le provvisionali per le parti civili: 100mila euro ciascuno a Cgil, Cisl e Uil, 50mila euro al Comune di Prato, 70mila all'Inail. “A fronte di un danno patrimoniale di un milione 651mila euro ci viene riconosciuta una piccola parte – ha commentato l'avvocato Giuseppe Quartararo – faremo tutto quello che c'è da fare per recuperare le somme anche se non sarà facile”.
I tre imputati, che hanno seguito dalla prima all'ultima le udienze, hanno ascoltato la lettura seduti uno accanto all'altro. Quasi increduli per il pubblico da grandi occasioni che con largo anticipo si è presentato nell'aula intitolata al giudice Livatino, al secondo piano del palazzo di giustizia. C'erano anche il procuratore Antonio Sangermano e altri sostituti a dimostrazione dell'importanza che la sentenza di oggi riveste. C'erano avvocati che con questo processo non c'entrano nulla ma che hanno voluto seguire in diretta l'atteso finale. C'erano alcuni parenti delle vittime. Tante le telecamere, numerosissimi i giornalisti. C'erano i rappresentanti del sindacato, pienamente soddisfatti. “Si afferma un principio – ha detto l'avvocato della Cgil Alessandro Gattai – il pregiudizio che deriva all'associazione sindacale dal non poter svolgere la propria attività in un sistema produttivo come quello oggetto del processo”. L'impianto accusatorio ha retto, è un dato oggettivo. Le pene sono severe e se si considera che l'abbreviato prevede la riduzione di un terzo, non si discostano molto da quelle pronunciate a Torino per il disastro della ThyssenKrupp. Il pubblico ministero non ha rilasciato dichiarazioni. Il difficile, in questo processo, era dimostrare che l'omissione di cautele antinfortunistiche fosse la causa della tragedia, la causa di sette morti. Un processo e una sentenza che rappresentano una svolta, una sorta di punto zero. Un processo che ha puntato una luce potente sul sistema Prato contro il quale il pubblico ministero si scagliò durante la sua requisitoria: un sistema che consiste nel rapporto strettissimo tra imprenditori cinesi e professionisti italiani. “Un intreccio che consente – così disse Gestri – questo modo illegale di fare impresa”. L'incendio, secondo quanto accertato dalle indagini, fu provocato dal malfunzionamento dell'impianto elettrico. Le fiamme diventarono in pochissimi minuti un abbraccio mortale. Quelli che dormivano sul soppalco abusivo non poterono niente per salvarsi e morirono chi per intossicazione da monossido chi per intossicazione da cianuri. In quattro ce la fecero ad uscire fuori da quella trappola di fuoco e di fumo; tra loro i coniugi imputati e il loro figlioletto. Dormivano sotto il soppalco in una stanza sufficientemente vicina al portone, così come l'unico operaio superstite della Teresa Moda: fu quella la loro salvezza.   Giovedì 22 gennaio nuova udienza, invece, per il processo parallelo a carico dei fratelli Massimo e Giacomo Pellegrini, proprietari attraverso l'immobiliare Mgf del capannone di via Toscana. “Non potevano non sapere”: su questo si gioca tutto. Nelle settimane scorse è stata Lin You Lan a calare il carico testimoniando davanti al giudice Giulio Fanales: “La proprietà era a conoscenza della presenza dei soppalchi abusivi, mi fece i complimenti per il lavoro che avevo fatto fare”.   
nadia tarantino
 
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Data della notizia:  12.01.2015 h 16:49

 
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