04.04.2018 h 12:14 commenti

Rogo Teresa Moda, in 12 pagine le motivazioni della condanna delle sorelle. Ecco cosa scrivono i giudici di Cassazione

Respinta la ricostruzione della difesa secondo la quale le due cinesi non avevano gli strumenti – conoscenza delle leggi e padronanza della lingua italiana – per maturare la giusta consapevolezza rispetto alle violazioni contestate
Rogo Teresa Moda, in 12 pagine le motivazioni della condanna delle sorelle. Ecco cosa scrivono i giudici di Cassazione
Nessuna ancora di salvezza per Lin You Lan e Lin Youli, le due sorelle a capo della confezione Teresa Moda in via Toscana distrutta dall'incendio che il primo dicembre 2013 costò la vita a sette operai cinesi che dormivano nelle stanzette ricavate sul soppalco abusivo realizzato in una porzione del capannone. Lo dicono le dodici pagine scritte dai giudici della quarta sezione della Corte di Cassazione per confermare la condanna delle due imputate – attualmente in Cina – a otto anni e otto mesi (Lin You Lan) e a sei anni e dieci mesi (Lin Youli) per incendio e omicidio colposo plurimo, violazione delle norme di sicurezza e di tutela sul lavoro e favoreggiamento della permanenza illegale di soggetti clandestini al fine di trarne ingiusto profitto.
I giudici di terzo grado hanno respinto la richiesta del difensore, Gabriele Zanobini, di ridurre la pena e hanno respinto la ricostruzione secondo la quale le sue assistite non avevano gli strumenti – conoscenza delle leggi e padronanza della lingua italiana – per maturare la giusta consapevolezza rispetto alle violazioni contestate.
Tra i diversi motivi alla base del ricorso in Cassazione, il fatto di aver preso in locazione un capannone già carente di presidi di sicurezza, “rilievo incentrato sul ruolo dei proprietari del capannone”. Lin You Lan, imputata principale dell’inchiesta del sostituto procuratore della Repubblica di Prato Lorenzo Gestri, “era completamente ignorante in materia di obblighi relativi alla normativa di sicurezza e antincendio, la maggior parte dei quali gravava in realtà sui proprietari dei capannoni: ad esempio, l'immobile preso in locazione mancava dell'uscita di sicurezza, la porta d'accesso al disimpegno era priva di maniglione antipanico, il portone d'accesso al capannone si apriva solo con una manovra di scorrimento da destra a sinistra, la rete idrica era costituita da un unico idrante e mancavano dispositivi di rilevazione di incendi ed evacuazione dei fumi e del calore”. La Corte, rispetto a questo, ha scritto: “L'aver preso in locazione un capannone che già in origine presentava evidenti lacune sotto il profilo dell'osservanza delle norme in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro e di sicurezza dei lavoratori non esimeva certo le due donne dall'obbligo di riportare a norma i luoghi di lavoro ove si svolgeva l'attività dell'impresa e in cui lavoravano, e addirittura vivevano, diversi operai. Era onere delle due sorelle assumere preventivamente informazioni circa la rispondenza alla normativa prevenzionistica dei locali adibiti a luogo di lavoro e, quindi, di procedere ai necessari adeguamenti a tal fine”.
Nel ricorso, la difesa ha fatto riferimento anche al fatto che nessuno informò mai Lin You Lan delle violazioni: “Il fatto stesso – è scritto nelle motivazioni della sentenza di terzo grado che richiama una intercettazione telefonica del 3 dicembre 2013 – che dopo l'accaduto la donna concluda che sarebbe stato meglio che gli operai non dormissero nello stabilimento, lascia intendere che la stessa fosse cosciente già in precedenza dei rischi connessi all'aver realizzato gli alloggi del personale all'interno del capannone”.
La Cassazione spiega anche che la legge non ammette ignoranza: “L'ignoranza della legge penale se incolpevole a cagione della sua inevitabilità, scusa l'autore dell'illecito; tuttavia la giurisprudenza anche apicale di legittimità afferma che, per il comune cittadino, tale condizione è sussistente solo qualora egli abbia assolto, con il criterio dell'ordinaria diligenza, al cosiddetto 'dovere di informazione' attraverso l'espletamento di qualsiasi utile accertamento per conseguire la conoscenza della legislazione vigente in materia”. E ancora: “Lin You Lan era da un lato dimorante in Italia da diversi anni e, dall'altro, aveva deliberatamente deciso di intraprendere l'esercizio di un'attività produttiva, assumendosene non solo gli oneri e i rischi economici, ma anche i correlativi doveri nei confronti dei dipendenti, compresi quelli di sicurezza e prevenzione degli infortuni”.
Quanto al rilievo che tutti i lavoratori, clandestini e non, erano trattati allo stesso modo e per questo non starebbe in piedi l'accusa di aver tratto ingiusto profitto da quelli privi di documento di soggiorno, si legge: “Significa unicamente che vi era un identico, disumano trattamento tra tutti i lavoratori operanti nel capannone e che, tra le ragioni che concorrevano a consentire alle imputate di praticare condizioni retributive e contrattuali estremamente onerose, e che inducevano i lavoratori ad accettare tali condizioni, vi era certamente anche la situazione di clandestinità di molti tra gli operai assunti dalla Teresa Moda”.
La Cassazione ha infine confermato le parti civili: Comune di Prato assistito dall'avvocato Antonio Bertei, Cisl dall'avvocato Rosa Anna Ruggiero, Inail dall'avvocato Andrea Rossi.
nadia tarantino
 
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Data della notizia:  04.04.2018 h 12:14

 
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