20.03.2014 h 10:19 commenti

Rogo Macrolotto, cinque arresti: ci sono anche i proprietari del capannone

Svolta nelle indagini sull'incendio della Teresa Moda che provocò la morte di sette operai cinesi. I tre imprenditori cinesi stavano per aprire una nuova attività. Il procuratore Tony: "I proprietari non potevano non sapere di quello che accadeva nello stabile"
Il video degli arresti
Cinque imprenditori sono stati arrestati dalla polizia e dalla guardia di finanza per il rogo di via Toscana che lo scorso primo dicembre provocò la morte di sette operai cinesi. In carcere sono finiti i gestori del Teresa Moda, due donne e un uomo, tutti cinesi, due dei quali rimasti feriti nell'incendio, mentre sono stati messi agli arresti domiciliari i due proprietari del capannone, i fratelli Massimo e Giacomo Pellegrini, titolari della società immobiliare Mgf. Quattro i capi di accusa a vario titolo: omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro aggravato dal disastro; incendio colposo aggravato; omicidio colposo aggravato plurimo; favoreggiamento aggravato, ai fini di profitto, della permanenza sul territorio dello Stato di clandestini.
L'inchiesta della procura della Repubblica di Prato si è chiusa alle prime luci dell'alba con l'esecuzione delle cinque ordinanze di custodia cautelare. Per i cinesi l'arresto è scattato per evitare la reiterazione del reato considerato che tutti e tre si apprestavano ad aprire una nuova attività, per gli italiani, invece, la misura è stata decisa per scongiurare l'inquinamento delle prove.
Di “svolta” ha parlato il procuratore capo Piero Tony. La svolta sta negli arresti dei due italiani, proprietari del capannone dato in affitto agli imprenditori cinesi per 2.600 euro al mese. “Non potevano non sapere di quello che accadeva nello stabile – ha detto il procuratore – abbiamo raccolto indizi tali da essere sicuri che sapevano dello sfacelo di norme edilizie e di norme di sicurezza. Senza il loro operato la tragedia non sarebbe avvenuta”. La guardia di finanza ha operato il sequestro preventivo per equivalente di un capannone dell'immobiliare Mgf: una misura, questa, finalizzata alla confisca. “Sulla scorta del risparmio e del vantaggio economico realizzato con la locazione del capannone – ha spiegato il comandante della guardia di finanza Gino Reolon – siamo riusciti a quantificare l'ammontare dell'illecito profitto e a procedere al sequestro preventivo per equivalente di un capannone situato nella zona industriale di Prato”.
Nel capannone gli operai lavoravano e vivevano e ad originare le fiamme è stata la pericolosa commistione tra i due fattori: “Era una situazione completamente fuori controllo – ha spiegato il sostituto procuratore Lorenzo Gestri – la presenza di materiale tessile che già rappresenta un potenziale rischio e l'uso abitativo dell'immobile”. Una stufetta o un fornellino, quella notte, potrebbero aver innescato le fiamme. L'ordinanza di custodia cautelare, il giudice per le indagini preliminari Fantechi ha sottolineato le criticità dentro quel capannone. Eloquente, a questo proposito, un passaggio dell'ordinanza: “Le violazioni accertate sono così gravi e numerose che non vi è da chiedersi quali norme siano state violate, piuttosto quante ne siano state rispettate”.
Settimane di indagine hanno consentito di acquisire molti “elementi di prova” attraverso “sopralluoghi tecnici, sequestri, consulenze tecniche e un vasto compendio di persone informate sui fatti ed una variegata attività di polizia giudiziaria”.
“Abbiamo incontrato – ha detto il capo della squadra mobile Francesco Nannucci – il solito muro di reticenza ma questa volta più basso. Determinante la collaborazione dei parenti delle vittime che hanno aiutato a ricostruire il quadro degli ultimi anni di attività nel capannone e come lì dentro si svolgeva la vita dei loro parenti”. Sulla base delle informazioni raccolte, “il lavoro si articolava in 14/16 ore al giorno, prolugandosi anche in orario notturno, senza alcuna previsione di riposo settimanale. Proprio al fine di assicurare continuità alla produzione, gli operai dimoravano all'interno dello stesso luogo di lavoro, allocati in soppalchi realizzati in legno e cartongesso dai datori di lavoro in violazione di legge e in totale assenza delle benché minime condizioni di sicurezza in materia di infortuni e antincendio”.
Soddisfazione per l'inchiesta è stata espressa dalla procura, dalla questura che è stata affiancata dai colleghi del Servizio centrale operativo, dalla guardia di finanza. “Una risposta così motivata e corale difficilmente si era registrata – ha detto il procuratore capo Tony – tra i corpi carbonizzati c'erano anche quelli di fantasmi, di persone senza identità. In breve tempo siamo riusciti a dare un nome a tutti, compresi i sopravvissuti che potevano avere una qualche responsabilità penale. L'attività coordinata dal sostituto Gestri è stata molto intensa e ha interessato anche i vigili del fuoco, la polizia municipale e il dipartimento della sicurezza e prevenzione sui luoghi di lavoro della Asl. La risposta di Prato è arrivata e di questo siamo orgogliosi”.
I tre imprenditori cinesi sono stati arrestati nelle loro abitazioni. Stavano lavorando all'apertura di una nuova attività come se niente fosse mai accaduto, e anche questa sarebbe stata intestata, esattamente come il Teresa Moda, ad un prestanome. La donna cinese che risulta ufficialmente intestataria del Teresa Moda non è stata rintracciata e a suo carico non sono stati presi provvedimenti e non è escluso che si trovi fuori dall'Italia.   
 
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Data della notizia:  20.03.2014 h 10:19

 
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