01.12.2014 h 13:35 commenti

Rogo di via Toscana, parola alle parti civili: "Teresa Moda esempio del sistema Prato"

A un anno esatto dalla tragedia, nuova udienza del processo con rito abbreviato a carico dei tre gestori della confezione andata a fuoco esattamente un anno fa. Sette le vittime. Gli interventi degli avvocati del Comune di Prato, Inail, Cgil, Cisl, Uil e di alcuni dei familiari e dell'unico operaio che riuscì a mettersi in salvo
Rogo di via Toscana, parola alle parti civili: "Teresa Moda esempio del sistema Prato"
“Fosse stato per me avrei contestato anche la riduzione in schiavitù perché le sette vittime questo erano: 16-18 ore di lavoro al giorno per mille euro al mese”. E' un attacco durissimo quello dell'avvocato Tiziano Veltri che, per conto di tre familiari degli operai morti esattamente un anno fa nell'incendio della confezione Teresa Moda in via Toscana e dell'unico sopravvissuto, è parte civile nel processo con rito abbreviato che si sta celebrando davanti al tribunale di Prato (giudice Silvia Isidori) a carico di Lin You Lan, Lin Youli e Hu Xiaoping, ritenuti gestori di fatto dell'azienda. L'udienza di oggi (il processo dovrebbe arrivare a sentenza entro Natale) è stata interamente occupata dagli interventi delle parti civili. Interventi che hanno confermato la tesi del sostituto procuratore Lorenzo Gestri e cioè l'esistenza di un “sistema Prato” che si traduce nel “fare impresa a ogni costo”. Di più: interventi che hanno sottolineato la brutale assenza di ogni rispetto delle regole, delle norme antifortunistiche, dei diritti dei lavoratori. “Non basta tornare al diritto romano – ha detto l'avvocato Alessandro Gattai, Cgil e Filctem – per collocare la situazione del Teresa Moda in un quadro appena accettabile”. Veltri ha chiesto un risarcimento di poco superiore a 500mila euro da dividere tra i tre familiari e l'operaio che quella mattina riuscì a mettersi in salvo. “Non basta il tozzo di pane dato in Cina dagli imprenditori, 110mila euro per ogni morto non è un risarcimento. Le famiglie accettarono perché alla fame in quel momento e accettarono di non rivalersi in nessun modo sulla famiglia Lin una volta incassato il denaro”.
L'avvocato Giuseppe Quartararo, Inail, ha chiesto agli imputati un risarcimento di un milione 651mila 473 euro, la stessa cifra riconosciuta alle famiglie degli operai deceduti che oggi, “come prevede la legge”, contano su rendite mensili comprese tra 665 e 1.200 euro. “Imputati che erano pronti a ripartire appena quattro mesi dopo la tragedia – ha detto Quartararo – con un'altra testa di legno, un disgraziato a cui dare quattro spiccioli per continuare impunemente a fare impresa illegalmente e ad eludere le responsabilità”. Il Comune di Prato, rappresentato dall'avvocato Stefania Logli, ha portato in aula i numeri della massiccia attività del gruppo interforze organizzata proprio per reprimere il fenomeno dell'illegalità diffusa. “La tragedia ha gettato un'ombra su Prato, la presenza di un sistema fatto anche dai proprietari dei capannoni e dai professionisti – ha detto – enorme la eco, enorme il danno di immagine”. L'amministrazione ha chiesto un risarcimento di 200mila euro. Unanimi le parti civili nel chiedere che non ci siano differenze tra i tre imputati, tutti devono rispondere delle accuse nella stessa misura: “Lin You Lan si è assunta ogni responsabilità non per amore fraterno – ha detto l'avvocato dell'Inail – ma per consentire alla sorella di poter continuare a fare affare, a lavorare, a realizzare profitto”. Di cento anni di diritto di lavoro saltati a pie' pari hanno parlato gli avvocati Alessandro Gattai e Andrea Logli (Cisl) che hanno chiesto danni rispettivamente per 100 e 150mila euro. Nessun ricamo nell'intervento del primo: “C'era una consapevolezza assoluta dell'illegalità tanto che in una intercettazione telefonica Lin You Lan si stupisce del fatto che sia morto anche l'operaio che alloggiava nella posizione del soppalco più favorevole a uscire e aggiunge che un altro operaio se avesse continuato a scavare si sarebbe potuto salvare”. Andrea Logli ha fatto un parallelo con la tragedia dell'8 marzo 1911 quando centinaia di operai morirono nell'incendio di una fabbrica a New York. “Il sindacato è offeso dalle condizioni di lavoro e di vita nel Teresa Moda”. Mezzo milione di euro di risarcimento è stato invece chiesto dall'avvocato Vittorio Simoncelli, Uil: “Restituite – ha detto rivolgendosi agli imputati – i soldi guadagnati illegalmente in tutti questi anni”.   
nadia tarantino
 
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Data della notizia:  01.12.2014 h 13:35

 
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