15.03.2015 h 11:45 commenti

Quando il virtuale non basta: quei click e "mi piace" che non sostituiscono la forza di uno sguardo

I nostri ragazzi cercano una connessione che, eludendo il contatto e lo sguardo dell'altro, li rende prigionieri di un mondo ormai avulso da interazioni
Quando il virtuale non basta: quei click e "mi piace" che non sostituiscono la forza di uno sguardo
Estranei e amici, così lontani così vicini. I nostri ragazzi cercano una connessione che, eludendo il contatto e lo sguardo dell'altro, non può che esitare in distanza. Prigionieri di un mondo ormai avulso da interazioni, chiusi dentro "castelli incantati" edificano il loro esserci con i mattoni degli "I like", ritrovandosi in compagnie virtuali autoreferenziali, che bypassano completamente le più importanti agenzie educative come la famiglia e la scuola.
E con un click si connettono, con un click si idealizzano, con un click si sottraggono illusoriamente al senso di solitudine o forse al contatto con la loro interiorità. Il vento della curiosità li spinge a navigare alla ricerca di sensazioni, di forti emozioni, ma le aspettative si infrangono negli scogli degli "emoticon" e nell'assenza di un rimando reale. E l'animo rimane assetato. Solo lo sguardo dell'altro è acqua che disseta. Lo sa bene la mamma quando incrocia per la prima volta lo sguardo del figlio, lo sanno bene gli innamorati, che racchiudono nella ricerca di quell'intesa tutte le loro speranze. Pure i disperati lo sanno, quelli che ospitano dentro la loro testa mostri immaginari e continuano a bramare, con occhi spaventati e spalancati sul mondo, il calore di una comprensione che non può passare per via tecnodigitale.  Proprio per questo forse fanno paura.
Non vuole retrocedere l'imperativo biologico dell'intersoggettività: il bisogno di essere capiti, di essere sentiti e di sentire l'altro, la necessità di una compassione che non è commiserazione bensì cum patior, provare insieme.  E allora il virtuale non basta... l'io non colma il vuoto.  Non sorprende che le recenti recerche scientifiche abbiano indicato la relazionalità come elemento centrale per la salute fisica e mentare, per il padroneggiamento degli stati emotivi e per lo sviluppo delle capacità autoriflessive. Quasi a sottolineare che è possibile  raggiungere una risoluzione personale solo attraverso l'apertura interpersonale. Questa naturale interdipendenza sorprende la nostra artefatta e arrogante autosufficienza. Ci ricorda che nasciamo da un "noi",  che  costruiamo  la nostra identità attraverso lo specchio dell'altro e ci indica che,  nostro malgrado, tutti i beni raggiungibili non possono saziare la nostra fame di felicità senza condivisione e reciprocità.
E allora deve scendere in campo il reale con le sue attese ed i suoi limiti, con le sue imperfezioni e spigolature ma anche con i suoi incanti ed i suoi incontri: lo sguardo dell'altro, l'abbraccio, una stretta di mano. E solo in questa dimensione si declina l'umano.
Teresa Zucchi
 
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Data della notizia:  15.03.2015 h 11:45

 
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