03.11.2014 h 16:42 commenti

Processo via Toscana, uno degli imputati: "Dopo il rogo cercavo un prestanome per aprire una stireria"

Davanti al giudice è comparsa oggi Lin Youlin: lei, il marito e i loro due figlioletti si salvarono perché dormivano al piano terra del capannone di via Toscana. La donna, smentendo il marito, ha detto del progetto di aprire una stireria: "Ci voleva un prestanome a cui avremmo dato circa 5mila euro l'anno. Sui muri di Chinatown avevamo già pubblicato annunci per trovare operai"
Processo via Toscana, uno degli imputati: "Dopo il rogo cercavo un prestanome per aprire una stireria"
“Fui svegliata dalle urla degli operai, presi i miei due bambini e mi precipitai fuori. Trovai mio marito svenuto, gli feci la respirazione bocca a bocca, poi rientrai dentro a recuperare il telefonino e avvertii mia sorella che stava bruciando tutto. Mio marito, subito dopo, chiamò i vigili del fuoco”. Così Lin Youlin, sul banco degli imputati per il rogo della Teresa Moda che lo scorso primo dicembre costò la vita a sette lavoratori, ha raccontato quei momenti drammatici. Impassibile a differenza della sorella che la scorsa settimana, incalzata dalle domande del pm, si lasciò andare a un pianto liberatorio ricordando i suoi connazionali bruciati assieme ai rotoli di tessuto, alle pareti di cartongesso e legno compensato, ai macchinari da lavoro. Lin Youlin, con la sorella Youlan e il marito Hu Xiaoping, è accusata di omicidio colposo aggravato plurimo e incendio colposo aggravato. Tutti e tre, considerati gestori di fatto della confezione di via Toscana intestata a un prestanome (una cinese mai rintracciata che in passato sarebbe stata identificata a Roma durante un blitz contro la prostituzione), sono agli arresti dallo scorso marzo, ora ai domiciliari dopo un periodo in carcere. A carico loro, al tribunale di Prato, si sta celebrando il processo con rito abbreviato. Davanti al giudice Isidori e al pubblico ministero Lorenzo Gestri, la donna ha ricostruito la sua attività nella Teresa Moda: “Io e mio marito siamo stati ospitati da mia sorella dalla metà del 2013, l'aiutavamo a portare avanti la ditta e io facevo le sue veci quando lei non c'era. Pagavo tutti i mesi gli operai, controllavo il lavoro, davo una mano sempre seguendo le direttive di mia sorella”. La donna, come avevano già fatto il marito e la sorella, ha collocato la sua presenza nel capannone di via Toscana dalla primavera del 2013 e ha negato, rispondendo alle contestazioni delle parti civili, di essere presente già dal 2010 come riferito durante le indagini da diversi testimoni italiani e cinesi. Ha confermato, a differenza del marito, che dopo il rogo ha cercato di aprire una stireria e che parenti e amici erano disponibili a prestarle i soldi necessari. “A chi sarebbe stata intestata la stireria”? ha chiesto il pm. “A un prestanome”, è stata la risposta. “Ma perché avete sempre bisogno di un prestanome”? “Non lo so, tutti i cinesi fanno così”. “E quanto costa un prestanome”? “Cinquemila euro l'anno, se ne stava occupando mio marito”. Un botta e risposta che non è servito a chiarire il costante, anzi sistematico e strutturato ricorso a prestanome per l'avvio di ogni attività cinese. All'imputata, che ha continuato a ripetere che al comando della Teresa Moda c'era la sorella, sono stati contestati sms ricevuti da operai che le chiedevano soldi arretrati chiamandola “capo”. “E' un'usanza – ha giustificato l'appellativo Lin Youlin – siccome tutti i mesi distribuivo io gli stipendi, mi chiamavano capo. Ma non comandavo io. I soldi erano di mia sorella”. Poi le condizioni di lavoro: la donna ha confermato le dichiarazioni dei suoi parenti e cioè che ogni lavoratore percepiva 1.200 euro al mese oltre a vitto e alloggio, indipendentemente dalle ore lavorate e dalla quantità di capi confezionati. “Si cominciava a lavorare dopo pranzo e si continuava fino verso le 18, dopo una pausa per una piccola cena, si riprendeva fino verso mezzanotte o qualcosa di più se c'era molto lavoro”. Una versione che contrasta con le dichiarazioni rilasciate dai parenti delle vittime e dall'unico operaio superstite che agli investigatori hanno raccontato di turni di lavoro di 13 ore che potevano allungarsi anche fino a 16-17. E proprio l'operaio che quella mattina riuscì a mettersi in salvo e che segue tutti i passaggi di questo processo come di quello parallelo a carico dei proprietari del capannone, alla fine dell'udienza di oggi si è alzato e ha cercato di prendere la parola. Neppure una sillaba in italiano, il giudice ha fatto intervenire l'interprete: “Voglio sapere dai titolari del Teresa Moda quando mi danno i soldi per il lavoro che ho fatto”. Un bel po' di soldi: tremila euro. “Sono i soldi di un mese – ha detto – lavoravo 16-17 ore tutti i giorni, e ancora non ho visto niente di quello che avanzo”.  
nadia tarantino
 
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Data della notizia:  03.11.2014 h 16:42

 
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