03.07.2020 h 15:51 commenti

Processo Creaf, troppo caldo in aula e il giudice rinvia l'udienza al 30 settembre

Otto gli imputati accusati di bancarotta dal pubblico ministero Lorenzo Boscagli. Gli avvocati difensori impegnati a tracciare il confine tra eventuali responsabilità politiche e amministrative. In corso il controesame del curatore fallimentare
Processo Creaf, troppo caldo in aula e il giudice rinvia l'udienza al 30 settembre
“Resto dell'idea che il Creaf andava chiuso nel 2011 per mancanza di presupposti a continuare, ma dico anche che se nel 2015 la Provincia avesse fatto la sua parte con la quota del Fipro (Fondo regionale per le infrastrutture produttive), si sarebbe potuto provare a cambiare il destino del Centro di ricerca e alta formazione”. E' uno dei passaggi cruciali del controesame del commercialista Leonardo Castoldi, testimone chiave del pubblico ministero Lorenzo Boscagli nel processo a otto tra politici ed ex amministratori della società chiamati a rispondere di bancarotta semplice per il fallimento dichiarato dal tribunale nel 2017, al termine di un percorso iniziato 12 anni prima e costato 22 milioni di soldi pubblici. Un controesame interrotto a metà dal giudice e rinviato (le parti hanno acconsentito) a causa del caldo soffocante che ha trasformato in un forno l'aula Galli e Alessandrini al secondo piano del Palazzo di giustizia.
Presenti in aula diversi imputati e tra loro il sindaco Matteo Biffoni in qualità di presidente della Provincia all'epoca delle contestazioni e dunque socio di maggioranza (avvocati Nicolosi e Lucibello), il suo predecessore Lamberto Gestri (avvocato Renna) e il penultimo amministratore della società Luca Rinfreschi (avvocato Rocca). Nella lista degli imputati, anche l'ultimo amministratore del Creaf, Laura Calciolari, i membri del consiglio di amministrazione Veronica Melani e Gianmario Bacca (avvocato Guarducci) e il componente del collegio dei revisori dei conti Massimo Picchi (avvocato Bertei).
Castoldi, prima commissario giudiziale e dopo curatore fallimentare del Creaf, ha risposto alle domande dei difensori di Biffoni e Picchi. L'udienza si è giocata su elementi tecnici relativi ai bilanci della società e, sulla base di questi, alla sostenibilità del suo futuro. Le difese non hanno mancato di tracciare – o almeno hanno provato a farlo – il confine tra l'eventuale responsabilità politica e l'eventuale responsabilità amministrativa. Castoldi, su questo punto, ha detto la sua: “Chi leggeva le relazioni del collegio dei revisori dei conti non andava a casa tranquillo dal momento che venivano posti elementi di allarme”.
Le difese hanno chiesto al testimone di mettere in fila le conseguenze economiche a cui i soci sarebbero andati incontro se avessero deciso di alzare bandiera bianca: c'era in ballo – solo per citare tre voci – il prestito di quasi 6 milioni concesso dalla Provincia, i finanziamenti regionali ed europei ricevuti fino a quel momento che sarebbero stati oggetto di restituzione se il Centro di ricerca e alta formazione non avesse raggiunto il traguardo e l'immobile fortemente svalutato. Come dire che l'operazione di chiusura sarebbe costata tanto alle casse pubbliche e per questo il tentativo di insistere ancora.
A domanda precisa ha poi aggiunto: “I soci non hanno mai espresso la volontà di mettere in liquidazione la società, nelle carte non ce n'è traccia. Dico anche che se si fosse seguita quella strada, sarebbero emerse le valutazioni eccedenti il limite della discrezionalità tecnica dei costi e le responsabilità degli amministratori e dei sindaci”.
Il controesame è tornato sulla questione del finanziamento della Provincia che fu bloccato a 5 milioni e 900mila euro dei 7 milioni e 400mila euro previsti per la norma introdotta nel 2010 che vietava l'intervento economico pubblico a società con bilanci in perdita già da tre anni. Una norma su cui si aprì un tira e molla con una serie di pareri chiesti dalla Provincia per capire se il Creaf poteva considerarsi esonerato. Di fronte a esperti che indicavano la possibilità di proseguire il finanziamento, il rubinetto fu chiuso.
Nel 2015 sfumò anche il finanziamento Fipro che, se è vero che poteva essere speso solo per gli investimenti mentre il Creaf aveva necessità di pareggiare i conti vecchi, rappresentava la possibilità di avere liquidità a disposizione finalizzata alla partenza del progetto e con i ricavi provvedere agli insoluti del passato. La politica fece tutto quello che serviva per incamerare il fondo – circa 2 milioni – e i soci si accollarono la differenza tra quella somma e l'ammontare necessario a portare a conclusione il progetto. La quota parte della Provincia sfiorava il milione e mezzo ma il dirigente dei Servizi finanziari non dette seguito all'indirizzo dell'Ente sia per i vincoli imposti dal Regolamento di contabilità sia per il parere negativo espresso dai revisori dei conti che chiedevano un piano di rientro garantito sui prestiti fino ad allora ricevuti da Creaf prima di azionare nuove leve debitorie. Di fronte all'assenza di nuove risorse la decisione della società di portare i libri in tribunale, anticamera della dichiarazione di fallimento.
nadia tarantino
 
Edizioni locali collegate:  Prato

Data della notizia:  03.07.2020 h 15:51

 
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