27.05.2020 h 17:50 commenti

Processo Creaf, il curatore fallimentare accusa: "Per quattro anni buttati soldi in un progetto già morto"

Stamani in tribunale la testimonianza di Leonardo Castoldi che non ha risparmiato attacchi alla gestione fallimentare: "Già nel 2011 c'era il default tecnico della società". In aula anche il sindaco Matteo Biffoni e Luca Rinfreschi, imputati con altre sei persone
Processo Creaf, il curatore fallimentare accusa: "Per quattro anni buttati soldi in un progetto già morto"
“Una corsa continua prima per acquistare l'immobile a un prezzo stratosferico e poi per acquisire i finanziamenti pubblici e tutto senza una logica di economia aziendale, senza la più pallida idea di cosa fare. Solo teoria”. E' uno dei passaggi della lunghissima testimonianza resa oggi, mercoledì 27 maggio, dal commercialista Leonardo Castoldi all'udienza del processo per il fallimento del Creaf, il Centro di ricerca e alta formazione di via Galcianese mai entrato in attività nonostante gli oltre 22 milioni di soldi pubblici ricevuti per una decina d'anni a partire dal 2005. Castoldi, teste d'accusa, ha parlato in qualità di commissario giudiziale nominato quando la società pubblica, nel 2016, presentò al tribunale la domanda di concordato preventivo in bianco, e in quella di curatore fallimentare quando fu dichiarato il fallimento, a febbraio 2017. Un fiume in piena che ha suscitato più di qualche disappunto tra gli avvocati che difendono gli otto tra politici ed ex amministratori finiti sul banco degli imputati per rispondere di bancarotta semplice. Presenti in aula il sindaco di Prato Matteo Biffoni (avvocati Nicolosi e Lucibello), chiamato nella sua veste di presidente della Provincia e dunque socio di maggioranza, e Luca Rinfreschi, penultimo amministratore al vertice della società (avvocati Rocca e Nigro). Gli altri imputati: l'ex presidente della Provincia Lamberto Gestri (avvocato Renna), l'ultimo amministratore, Laura Calciolari, i componenti del cda Gianmario Bacca (avvocato Guarducci) e Veronica Melani, i membri del collegio dei revisori dei conti Massimo Picchi (avvocato Bertei) e Marco Bini (avvocato Traversi).
Il pubblico ministero Lorenzo Boscagli ha chiesto a Castoldi di ripercorrere la lunga e assai complicata storia del Creaf, la società controllata dalla Provincia e partecipata da tutti i comuni dell'area pratese. Una storia costellata da finanziamenti pubblici a molti zeri, da lungaggini burocratiche, da intoppi di ogni tipo, da tentativi – tutti svaniti – di riempire l'immobile.
“Il dissesto finanziario del Creaf – le parole del curatore fallimentare – si realizza il primo gennaio 2011, è quella la data del default tecnico della società. Da lì in poi, fino al 2015, i soci hanno adottato il criterio della continuità aziendale anziché quello liquidatorio. E nel 2012 anche un consulente prospetta l'impossibilità di proseguire la vita del Creaf ma non ci si arrende nonostante il contratto con la Provincia per i soldi dati in prestito sia scaduto da tempo e preveda una penale di 500 euro per ogni giorno di ritardo nella restituzione. Non ci sono soldi, ci sono solo problemi”.
Uno dei problemi contro cui il Creaf è andato a sbattere è stata la legge varata nel 2010 che ha vietato finanziamenti pubblici a società con esercizi in perdita già da tre anni: all'epoca la Provincia aveva già prestato 5 milioni 900mila euro dei 7 e mezzo concordati. Il resto non fu mai erogato pur di fronte a interpretazioni non univoche della norma: secondo alcuni pareri, la deroga di finanziamenti ancora possibili se finalizzati all'investimento, era aderente ai rapporti tra Provincia e Creaf.
Castoldi ha raccontato i vari tentativi della Provincia di dare gambe al Creaf, tutti naufragati: dal Polo di Navacchio (“La Regione disse che non c'era bisogno di un'altra esperienza come quella”) all'accordo con una regione della Cina per una gestione mista (“I cinesi volevano solo uno spazio commerciale per esporre i loro prodotti). Vani, negli anni, anche i bandi per la manifestazione di interesse da parte di aziende a trasferirsi in via Galcianese: “E' stato tutto un grande malinteso – ha spiegato Castoldi – si parlava di iniziativa pubblica a favore della ricerca ma l'immobile era solo una scatola vuota, spazi liberi e non infrastrutturati. Non c'è mai stata la coda di soggetti interessati che non solo avrebbero dovuto pagare l'affitto ma anche accollarsi le spese dell'organizzazione dei locali visto che la società non aveva soldi per rispondere alle esigenze degli eventuali inquilini. Solo un'azienda disse precisamente di cosa aveva bisogno e pur di mettere dentro qualcuno, la società spese dei soldi senza nemmeno impegnare il soggetto con un preliminare di affitto. L'inquilino non è mai arrivato”.
Un immobile che il curatore fallimentare ha definito “un rudere”: “Niente a che fare con un progetto di ricerca, una fabbrica senza nessuna rispondenza alla finalità pubblica, un edificio privo di pregio ma pagato più di 10 milioni a fronte di una società capitalizzata per meno di 7, ristrutturato a lotti e tra tante difficoltà oltre che tra una marea di ritardi per svariati motivi. La ditta che vinse l'appalto del primo lotto fallì dopo poco, e qualche giorno prima del fallimento fu fatta una finta conclusione dei lavori pur di tornare nella disponibilità del cantiere. In sede di collaudo furono rilevati difetti e insufficienze”.
Ancora la testimonianza di Castoldi: “Dal 2005 al 2015 non è stata fatta nessuna attività nell'immobile, la società non ha mai conseguito ricavi dai locali. Quando mi sono ritrovato l'immobile, la cui appetibilità era zero sul mercato per via di una destinazione d'uso fortemente vincolante, l'ho proposto alla guardia di finanza che mostrò interesse per circa duemila metri quadrati degli oltre 13mila ma poi non se ne fece di nulla perché l'edificio ha un solo ingresso. Un immobile di vetusta concezione e di difficile utilizzabilità”.
La procura, quando avviò l'inchiesta in seguito all'esposto presentato nel 2015 dal consigliere comunale Marilena Garnier (eletta nella lista Biffoni e presto passata all'opposizione) definì il Creaf una 'cattedrale nel deserto da 22 milioni di euro e passa di finanziamenti pubblici'. Oggi quella cattedrale è stata acquistata da Sviluppo Toscana, società della Regione (l'ente era nell'elenco dei creditori). La procedura di fallimento è stata chiusa. Il Creaf, quello che nella testa delle amministrazioni che si sono succedute negli anni doveva essere il rilancio moderno, strategico, innovativo e futurista del tessile, resta solo una parola scritta nei faldoni del processo.
nt



 
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Data della notizia:  27.05.2020 h 17:50

 
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